Il mare si sta alzando, il clima sta cambiando: le lezioni apprese dal terribile ciclone Idai in Mozambico

Il mare si sta alzando, il clima sta cambiando: le lezioni apprese dal terribile ciclone Idai in Mozambico

** Il racconto che segue è stato tradotto da un articolo di Sally Williams del giornale The Guardian **

** anche le immagini sono tratte dallo stesso articolo**


L’albero aveva retto al centro del quartiere per quasi 100 anni. Era stato piantato dal padre di Alfolso Reis, prima che costui nascesse. Il padre aveva lavorato come autista e “amava gli alberi”, dice Reis, che adesso ha 70 anni.  Le persone erano solite mangiare gli amari frutti rossi dell’albero e, recentemente, lo stesso aveva iniziato a fornire ombra agli ambulanti dell’affollato mercato della città di Beira, una delle più grandi città del Mozambico. “Mi piaceva sedermi sotto i suoi rami” dice Fina, di 21 anni, che vende pomodori, cocomeri, cipolle e aglio per le vie caotiche della città. Altri ambulanti vendono banane, arance o vestiti di seconda mano.

Si aveva la sensazione che la vita potesse cambiare ma che gli alberi sarebbero rimasti costanti nel tempo. Poi qualcosa di strano è accaduto. Circa alle 14 del 14 marzo del 2019, l’albero improvvisamente si schiantò a terra. Nessun ferito ma le persone sono state colte di sorpresa. “C’era solo un leggero vento” disse Fina. “Chi avrebbe mai pensato che un albero di quella taglia sarebbe caduto così?

Sette ore dopo, il più terribile ciclone della storia dell’Africa del sud ha colpito il Mozambico, avanzando nell’entroterra prima di proseguire per lo Zimbabwe e il Malawi. Il ciclone Idai ha ucciso più di 1000 persone e ha devastato Beira, una crescente città portuale di 500.000 persone, costruita su un delta che sfocia nel Canale del Mozambico, sulla costa est dell’Africa. In un primo momento si è alzato il vento con raffiche che hanno raggiunto i 200 km all’ora, abbastanza fortI da far volare via tetti, piatti, sedie, gatti e cani e aerei. La puzza degli animali putrefatti scagliati sugli alberi è aleggiata per giorni.

Poi sono arrivati giorni di forte piogge e, infine, l’alluvione. Beira è situata alla foce di due grandi fiumi, il Buzi e il Pungwe; entrambi hanno straripato, sommergendo i villaggi circostanti, intrappolando le persone sui tetti e creando un nuovo lago grande quanto il Lussemburgo. Centinaia di alberi sono stati sradicati e almeno il 70% delle costruzioni urbane sono state severamente danneggiate, molte di cui hanno perso i tetti; 6 scuole e 60 chiese sono state totalmente distrutte. Le strade sono diventate inaccessibili e l’aeroporto è stato chiuso. I supermercati hanno rapidamente finito il cibo. Il pane e l’acqua sono stati razionati. Più di 146.000 persone hanno perso le loro case nelle quattro province più colpite.

Quasi due anni dopo, il Mozambico sta cercando di ricostituire. Ma stiamo vivendo un periodo in cui i disastri naturali aumentano: estrema siccità, inondazioni epiche, incendi apocalittici. Vedremo sempre più frequentemente catastrofi, come Idai, colpire stati che potrebbero non essere pronti ad affrontarli? Quanta colpa ha il clima? Cosa possono fare gli stati benestanti per aiutare i paesi più vulnerabili?

Ho incontrato Rita Chiramswuana, di 51 anni e Fatima Vasco Limo, di 45 anni, a febbraio, 11 mesi dopo il ciclone, in un’umida tenda del campo di Ndedja, che ospita 2.355 persone in 471 abitazioni ed è a due ore da Beira. Contadine di John Segredo, un vicino villaggio di 200 persone, hanno 16 bambini, incluso Zacaria, di 11 anni, adottato da Chiramswuana cinque anni fa, dopo che la madre prima, ed il padre poi, sono morti.

Chiramswuana è viva, con uno spirito scintillante. Le piacciono i gioielli, porta uno smalto blu e indossa un cappello da pescatore lavorato all’uncinetto. Vasco Limo è più tranquilla, più serena. Sono amiche da anni. “La nostra amicizia è così”. Chiramswuana dice, tenendo alzato l’indice. “Lei è il dito ed io l’unghia”.

Chiramswuana, suo marito e i nove bambini vivevano in un due piccole case nel villaggio. Vasco Limo e la sua famiglia avevano una sistemazione simile. Coltivavano il proprio cibo – cavolo, anacardi, mais, fagioli – avevano accesso all’acqua corrente nei dintorni e facevano abbastanza soldi da mandare i bambini a scuola (l’educazione è gratis fino al 10° grado, quando i bambini hanno 15 anni, ma i genitori pagano per i libri dal 8° grado). Potevano anche permettersi di comprare cose per la casa: sedie di plastica, padelle, forchette. Chiramswuana ha 20 anatre e 30 polli; Vasco Limo invece ha 15 polli e due capre, un segno di status elevato nel villaggio. Entrambi sognavano di avere una “vera casa” – di mattoni piuttosto che di fango e paglia – e una torcia. “E’ buio di notte. Ci sono serpenti e senza la luce non si vedono” dice Chiramswuana. Tutto sommato però erano soddisfatte.

C’erano già state tempeste nel villaggio, con forti venti e piogge intense; quando Vasco Limo ha sentito i vicini parlare del ciclone, ha pensato che potesse essere qualcosa di simile (il governo ha avvertito la popolazione tramite la radio ma lei non ne aveva una). Alle 6 di pomeriggio ha cucinato patate dolci e altre verdure per la sua famiglia. Quando il ciclone è iniziato alle 8 di sera, lei in casa con suo marito e i suoi figli più piccoli, di 10, 14 e 4 anni (gli altri erano in una casa vicina). C’erano anche le galline e le capre con lei.

Alle 21, il boato si è fatto sempre più forte. C’è stato un gran colpo. Il tetto è volato via, racconta. Sono stati tutta la notte seduti, con la casa aperta, senza un tetto. “Era molto buio. Ho abbracciato i miei figli a me”. Fuori era grigio e ha iniziato a piovere. Il vento era come un forte ventilatore, dice. “Drrrrrrr”. Altri raccontano che è stato come se il ciclone stesse salendo attraverso dal sottosuolo. Circa alle cinque del mattino, il vento si è fermato e Vasco Limo è andata fuori. “Vedevo case distrutte e persone morte”. Tra loro c’era Anna, una vicina di casa di 60 anni. “Poi ho sentito persone gridare ‘SocorroSocorro! Aiuto! Aiuto!’. Mio marito ha corso per vedere quale fosse il problema. Ha visto un enorme ammasso di acqua – un’inondazione – ed è ritornato indietro correndo. 

Vasco Limo e la sua famiglia sono riusciti a scappare dall’inondazione; hanno raggiunto la parte più elevata del villaggio, oltre la marea, prima che il villaggio si allagasse. Chiramswuana non ne ha avuto la possibilità. “Le persone cercavano di scappare ma la marea arrivava molto velocemente, era molto potente”, dice. Con l’acqua già fin sopra la vita, “l’unica cosa che si poteva fare era arrampicarsi su un albero” – Una persona saliva e poi tirava su le altre; le persone venivano passate da una all’altra”. Chiramswuana è stata l’ultima a uscire dall’acqua: lei e la sua famiglia sono rimasti su un albero di mango per 24 ore, con forti piogge, senza cibo, ma troppo scioccati per aver fame. Chiramswuana è rimasta seduta silenziosamente su un ramo con la figlia di otto anni sul grembo, un braccio attorno al tronco, e l’altro attorno alla figlia, cercando di non guardare la strage che si vedeva passare sotto l’albero. “Maiali, capre, galline e polli, casse, altoparlanti, DVD – anche persone spazzate via dall’acqua”.  Suo fratello ed il figlio più piccolo di cinque anni hanno trovato rifugio su un albero differente, che è stato sradicato. Il suo corpo è stato trovato coperto di sabbia due giorni dopo: il corpo del piccolo era a quattrocento metri dal suo. Quando Chiramswuana e Fatima si sono viste al campo quattro giorni dopo, si sono date un intenso abbraccio. Adesso Vasco Limo dice dell’albero di mango: “Questo è il mio Dio! Rendo grazie”.

Ma il loro villaggio è scomparso e non possono più tornare a casa. Vivono grazie agli aiuti umanitari in rifugi improvvisati. Hanno ricevuto dei semi ed un piccolo appezzamento di terra. Ma ci sono state forti piogge lo scorso gennaio, eventi disastrosi per persone che contavano sul loro primo racconto post-ciclone. “Le coltivazioni sono inutili” dice Vasco Limo. “Quando riuscivamo a mettere da parte dei risparmi, io e mio marito ci chiedevamo, “Cosa compriamo? un’anatra? Una gallina?” Stavo costruendo la mia vita. Non lo posso più fare. Tutto ciò che avevo è andato perso – tutto – in un battibaleno”. 

Oggi, Vasco Limo, Chiramswuana e all’incirca altre 2300 persone senza tetto vivono ancora nel campo. Devono fare la fila per gli aiuti, poiché il loro ultimo raccolto è stato un ulteriore disastro. “Il troppo caldo ha bruciato la coltivazione,” dice Ciramswuana. Ma i semi più recenti stanno crescendo bene” e ci sono mango che si possono già raccogliere.

Con il passare dei mesi, mi racconta Vasco Limo “le cose pian piano migliorano”; adesso ha i pannelli solari. Ma c’è una nuova paura: il covid-19. I tassi di contagio sono bassi in Mozambico, con circa 16.721 casi e 139 morti registrati in dicembre, ma c’è ancora poco screening, perciò è difficile sapere l’impatto reale del virus. Sebbene Ndedja sia Covid-free, c’è paura nel campo. Il ciclone ha causato 3,2 miliardi di dollari di danni, equivalenti al 22% del prodotto interno lordo nazionale o alla metà del bilancio pubblico annuale dello stato. Il governo è stato costretto a chiedere in prestito 118,2 milioni di dollari dal Fondo Monetario Internazionale per rispondere all’emergenza, aumentando il suo debito pubblico ad una rovinosa cifra di 14,78 miliardi.

Per le persone di Beira, il disastro sfida la logica. Molti sono caduti alle credenze dei loro antenati: secondo alcuni residenti il ciclone è stato creato da un dio o un demonio; i venti erano la “bestia che fischiava” e le inondazioni sono state causate da un “grande animale con sette teste”. Gli scienziati hanno una spiegazione diversa. Mentre il ruolo della crisi climatica nel ciclone Idai non è ancora pienamente compreso, gli esperti credono che ci siano legami con la crescente temperatura delle acque dell’Oceano Indiano. “Accadono sempre più frequentemente tempeste di alta intensità” dice Jennifer Fitchett, professoressa associata all’Università di Witwatersrand di Johannesburg, in Sudafrica.

Il ciclone Idai è stato seguito dal ciclone Kenneth, anche questo di categoria 4, che ha colpito il confine tra Mozambico e Tanzania sei settimane dopo (Due cicloni tropicali severi in una stagione è davvero insolito per il Canale del Mozambico). Solo la scorsa settimana, il 30 dicembre, Chalane, una potente tempesta tropicale, ha portato un’altra volta forti piogge e vento a Beira. L’occhio della tempesta è passato a nord della città, dove ha distrutto costruzioni e sollevato tetti, incluso quelli dell’Ospedale di Nhamatanda. Più di 26.000 abitazioni sono state colpite; 265 famiglie sono adesso in un alloggio temporaneo. “Non c’è assolutamente nessun dubbio sul fatto che quando c’è un ciclone tropicale (come Idai), in seguito, a causa del cambiamento climatico, le piogge sono più intense”, dice Friederike Otto, direttore dell’Istituto dei Cambiamenti Climatici, dell’Università di Oxford. “Inoltre, a causa dell’aumento del livello del mare, le risultanti inondazioni sono più frequenti rispetto a quanto sarebbero state senza cambiamenti climatici indotto dall’uomo”

Comunque, la severità dell’impatto del ciclone Idai è spiegabile meno dall’intensità della tempesta e più dal fatto che ha colpito una delle nazioni meno preparate ad affrontarla. A Beira ci sono numerose grandi ville e zone commerciali con alberature ampie lungo le strade, formalmente pianificate dai portoghesi durante l’occupazione coloniale (il Mozambico divenne indipendente nel 1975). Altrove, migliaia di persone vivono stipate insieme in abitazioni molto fragili. Il reddito medio è meno di tre dollari al giorno, a malapena sufficiente per comprare 2kg di zucchero e quattro pagnotte di pane. Il Grande Hotel, costruito nel 1955 per turisti bianchi benestanti del sud della Rhodesia (allora colonia britannica, ora indipendente, Zimbabwe) non è mai stato concluso, oggi è diventato un’enorme baraccopoli. Le persone vivono dentro di esso, dislocandosi perfino sulle scalinate a chiocciola, per avvantaggiarsi dell’ombra. Il più grande datore di lavoro in città è il porto. Aperto alla fine del 19° secolo, è un’importante punto di entrata per i beni in Mozambico e oltre. Il sud della Rhodesia fece di Beira il suo porto strategico negli anni ’30 del 900 e la sua eredità è ancora presente nei collegamenti ferroviari, stradali e nella presenza dei gasdotti. Ci sono alcuni business – finanza e microcredito – ma l’economia è largamente informale, gli uomini vanno a pesca e le donne vendono frutta, verdura e vestiti di seconda mano nei banchetti del mercato.

Daviz Simango è sindaco di Beira dal 2003. Nel 2014, si prese posizione di fronte ai donatori internazionali al lancio del Beira Master Plan per avvertire del danno causato dalla crisi climatica per una città che è appena sul livello del mare, con difese marine in decadenza e la scomparsa della cintura delle mangrovie che fornivano una protezione naturale contro le inondazioni costiere. Simango delinea un piano ambizioso per sostenere la resilienza di Beira entro il 2035, con un progetto di infrastrutture verdi che includono la piantumazione di 7.000 alberi ed il ripristino delle paludi di mangrovie. I danni causati dal ciclone stanno ora forzando Simango, il governo del Mozambico ed un entourage di esperti globali a farsi venire in mente soluzioni urgenti per quella che lui definisce “la città più vulnerabile del Mozambico”.

Ogni giorno vedo come il clima sta cambiando”. Dice Simango quando ci incontriamo. “Il mare si sta alzando e le onde sono più forti e più grandi.  Vedo come cambia la temperatura. Non è come prima”. Il ciclone Idai ha colpito proprio nel momento in cui gli stati occidentali stavano considerando di aiutare le nazioni più povere sul fronte del cambiamento climatico. Eppure alla Conferenza COP25 sul Cambiamento Climatico che si è svolta a Madrid nel dicembre 2019, i decisori politici hanno fallito nel concordare un meccanismo per le nazioni benestanti per fornire un’assistenza finanziaria. “Immagina una persona povera difronte ad un ristorante di lusso” dice Simango“Passi davanti a quella persona, entri nel ristorante e ordini del cibo. Quando hai finito di mangiare, vai fuori e dici alla persona povera, “paghi tu”.

Quando l’ho visitata, Beira aveva le sembianze di una città che aveva attraversato la guerra. Solo il 30% della città è stata ricostruita: 48 scuole sono senza tetto. “Quando piove, i bambini tornano a casa” dice Simango. “Non c’è scuola”. Il Mozambico non è andato in totale lockdown come gli altri stati, sebbene scuole, ristoranti e chiese abbiano chiuso dopo i primi casi a marzo. Oggi, lo stato sta ritornando lentamente alla vita normale. Gli abitanti di Beira sono stati più colpiti dal ciclone che dalla pandemia globale. L’ospedale centrale puzza di umido e ci sono macchie di acqua sui muri. Questo è il luogo in cui l’enormità del disastro è diventata subito evidente. I medici che già lavoravano in un sistema sotto-finanziato, hanno trattato 450 casi in tre giorni di fratture, ferite da contusione, lacerazioni da detriti, pelli buastre e dolori al petto causati da quasi annegamento. Anche adesso, l’unità intensiva neonatale è sommersa di macerie ed è inutilizzabile. “Dobbiamo prenderci cura dei bambini nell’unità pediatrica”, dice Boniface Rodrigues, un medico anziano e portavoce dell’ospedale, indicando quelle vite che potrebbero esser perse come risultato. “Stiamo facendo del nostro meglio, ma la cura neonatale non è come dovrebbe essere”. La sala operatoria è stata restaurata solo otto mesi dopo il ciclone.

Il club di vela sulla spiaggia Macuti di Beira è aperto quando lo visito, sebbene i visitatori possono sedere solo sul terrazzo e devono portarsi le proprie bevande. Il ristorante, la palestra esterna e il recinto della barca sono ancora in rovine. Netto Dezzimata, di 38 anni, una guardia di sicurezza che ha aiutato a evacuare il club dopo che il manager del ristorante ha letto degli avvertimenti sul ciclone online, racconta come è sopravvissuto quando il club è crollato attorno a lui. Ha passato la notte sotto un arco con le mani chiuse attorno ad un pilastro “Non riuscivo a vedere dove finiva il mare e dove iniziava la terra – tutto quello che vedevo era acqua – ma in quanto guardia di sicurezza, dovevo mantenere la mia posizione”.

The Golden Peacock, invece, è immacolato. Conosciuto anche come Chinatown, questo complesso recintato vicino l’aeroporto include un hotel a cinque stelle (con un ristorante cinese, una spa e un casino), case in affitto, negozi e un parco divertimenti per bambini. I pavoni – che si ritengono essere il primo degli uccelli importati in Mozambico – vagano tra i prati curati e le ninfee. Acquisito dall’AFECC, un’impresa cinese presente su larga scala con interessi che includono una miniera di diamanti in Zimbabwe e una miniera di smeraldo in Zambia, cosi come catene di Hotels e supermercato attraverso l’Africa, “The Golden Peacock” è popolare grazie al commercio cinese. Gli ospiti dell’hotel e delle case in affitto sono riusciti a resistere al ciclone nella lussuosa area della reception. Il danno – sebbene significativo, con tetti rotti in tutte le abitazioni – è stato riparato nel giro di un mese.

Circa 92.500 persone sono ancora senza tetto, vivono in rifugi improvvisati nei 71 campi post-cicloni nelle quattro province colpite.  La sfida adesso è trovare un nuovo modo di vivere.

Antonio Silvero Namangero, di 38 anni, era solito prendere quantità abbondanti di pesci con solo una canoa e una rete – dentici rossi, corvine, gamberetti, granchi e soprattutto cernie. “Potevi venderli per molti soldi” dice quando ci incontriamo.

Come molti uomini nell’affollato quartiere di Palmeiras 1 di Beira, Namangero era un pescatore, come lo era il padre. Vendeva la sua pesca ai ristoranti, proprietari di ville recintate ed al mercato. Perciò poteva mandare i suoi cinque figli a scuola e accrescere la sua attività. Con la sua prima canoa ha fatto abbastanza soldi da potersene comprare una seconda; una seconda canoa significava che poteva assumere due uomini. “Era una bella vita ed eravamo veramente felici” dice Namangero, il cui obiettivo era comprarsi una casa propria. Poi il ciclone ha distrutto la sua casa e le sue canoe, cosi come quelle di tutto gli altri pescatori. “Le persone ne hanno usato il legno per riscaldarsi” ricorda. Adesso si è sistemato nel campo Mandruzi, gestito dalle ONG Unicef, Care e Oxfam, ad un’ora di macchina da Beira. Qui, Namangero e sua moglie si stanno dedicando all’agricoltura, vista dalle ONG come una maniera pratica per ripristinare la loro indipendenza. I loro rifugi sono siti in un lotto di terra con piante magnifiche che sovrastano il figlio più piccolo: patate, meloni, mais e fagioli. Il caldo è brutale.

“Mi mancano gli uccelli, la brezza e le onde” dice Namangero. Di sera, ero solito incontrare i miei amici con i quali accendevamo il fuoco e friggevamo il pesce. Qui, c’è solo cavolo. Sto soffocandoprimo, perché non c’è cibo e non ci sono opzioni; secondo, perché c’è caldo e non si respira”. Chiedo se si vede come agricoltore o pescatore. “Come pescatore”, risponde.

Jose Joao Chimoio, di 37 anni, che sta vivendo anche lui nel campo, mi mostra un pesce che ha catturato durante una gita a Beira. “Volevo ricordare ai miei bambini che il loro padre era solito portare a casa pesci. Adesso non porta nulla”. L’obiettivo dei pescatori qui è fare abbastanza soldi nell’agricoltura per comprare una canoa che costa più di 200 € e ricominciare a vivere una vita normale”.

Ma l’agricoltura ha i suoi lati negativi. “Passi sei mesi a coltivare ma tutto finisce con sei sacchi di riso” dice Amadaeu Wilson Ibraim, di 40 anni. “E quei sei sacchi di riso non durano a lungo. Con la pesca, tu peschi, e poi puoi mangiare o vendere quello che peschi. È più immediato”.

Namangero, Chimoio e Ibraim si sono offerti di mostrarci la spiaggia dove le loro canoe sono state distrutte. Più tardi quel giorno, hanno preso un bus per Beira, e ci siamo incontrati difronte al mare. La prima cosa che hanno fatto è stata è correre in mare, completamente vestiti. Noi siamo rimasti in spiaggia a guardali saltare, nuotare e schizzare acqua. È stato il primo assaggio dell’oceano di Namangero dopo otto mesi. È fantastico” dice. “Mi sento come un uccello che vola”.

Non si può ancora permettere di comprare una nuova barca o di pescare reti, e neppure Ibraim e Chimoio possono. Questa è la ragione per cui vivono ancora al campo, cercando di coltivare cibo. “Molte persone stanno venendo a vivere qui perché qui non ci sono inondazioni e c’è l’elettricità” dice Namangero.

C’è poi un’altra sorpresa spiacevole. Visitiamo un’azienda agricola vicino Ndedja dove sono piantati mais, meloni e palme di banana. Guardiamo più da vicino e vediamo qualcosa muoversi – qualcosa di grande, giallo e nero. Le coltivazioni brulicano di locuste, a migliaia. “Soffriremo la fame nella mia famiglia”, dice Palmira Mussa, di 39 anni, che ha cinque bambini e gestisce l’azienda con suo marito, Gorge Adjapi, di 59 anni. Le locuste stanno già divorando gran parte dell’Etiopia, Kenya e Somalia e gli esperti credono che gli sciami siano un altro risultato del cambiamento climatico. “Il suolo è umido e le locuste amano gli ambienti umidi, perciò stanno riproducendosi molto a confronto con gli anni precedenti, dice Armando Zacaria, di 28 anni anni, di Kulima, una NGO locale che lavora con Oxfam per aiutare le comunità del campo a coltivare il cibo. Gli esperti hanno confermato che si tratta della peggiore invasione di locuste degli ultimi 70 nell’Africa orientale.

Il sindaco Simango aspira a dare vita al piano “Beira Back Better” che include sviluppare un sistema sanitario, migliorare le infrastrutture idrauliche e costruire scuole più sane. Questo è un obiettivo ambizioso: molti dei cittadini di Beira hanno perso queste strutture prima del ciclone. Simango dice che, fin qui, i donatori hanno impegnato il 25% del costo totale di 1 miliardo di euro.

Il ciclone Idai ci ha insegnato molte lezioni”, dice Carlos da Barca, di 47 anni, vice-amministratore di Dondo, un distretto al confine con Beira. “Abbiamo strumenti migliori per prevedere il meteo, modi migliori per informare i nostri cittadini. Ma questo è tutto quello che abbiamo: il potere di informare, non di rispondere”. Oggi, il Mozambico è ancora poco equipaggiato per evitare la catastrofe. Povertà, risorse scarse e mancanza di investimenti per combattere la crisi climatica continuano a minacciare milioni di vite. “Noi possiamo prevedere i cicloni con giorni in anticipo ma fornire allarmi tempestivi aiuta a salvare le vite solo se le persone hanno un altro posto dove trovare rifugio” dice il dottor Otto.

Le agenzie umanitarie discutono su come prepararsi ai disastri – sviluppare forti difese contro il peggio che sta per arrivare. Ci sono soluzioni di conservazione a bassa tecnologia: preservare i suoli, ripristinare le foreste, piantare mangrovie. Ma gli stati maggiormente inquinanti devono fare dei sacrifici per le nazioni maggiormente colpite. Il Fondo Monetario Internazionale ha detto agli stati più ricchi, che hanno avuto maggiori responsabilità finora, che devono fare di più per aiutare. “Il crescente aumento delle temperature ha effetti molto ineguali nel mondo, con un impatto più forte delle conseguenze avverse su coloro i quali possono permettersele di meno” fu detto nel 2017. E, ovviamente, nei nove mesi passati, la crisi climatica è fuoriuscita dall’agenda politica, è stata estromessa dal Covid.

Ho chiesto a Chiramswuana se ha mai avuto incubi sul ciclone Idai. “Io ho dei sogni” dice. Arrivano sempre quando è sveglia. “E’ come se vi fosse qualcosa che si sta riproducendo difronte ai tuoi occhi, come quando guardi la tv. Non mi piace. Ma sta lì, quello che è successo. “Non mi sento arrabbiata” dice. “Mi sento triste”. 

Traduzione di Marika Sottile e Filippo Parolin