La pandemia in Africa dietro le cifre ufficiali

La pandemia in Africa dietro le cifre ufficiali

Riportiamo di seguito un articolo di Gianpaolo Rama sull’epidemia da Covid-19 in Africa, pubblicato sul giornale Vita Trentina del 19 settembre 2021.

L’epidemia da Covid-19 in Africa sembra distribuirsi a pelle di leopardo: mentre vi sono Paesi (Sudafrica, Namibia…) con incidenza e mortalità simili ai Paesi europei più colpiti, mella maggior parte degli Stati africani sembra essere più limitata. È ipotizzabile che la scarsa densità, la ridotta mobilità, la giovane età media e, talora, il clima, favoriscano una bassa incidenza della malattia, ma, ad uno sguardo più attento, il quadro è più cupo di quanto i dati ufficiali mostrino.

La scarsità di dati anagrafici e di un sistema di raccolta dati epidemiologici, oltre alla ridottissima capacità di effettuare test diagnostici, ne limitano fortemente la correttezza. Si consideri che per ogni 1.000 abitanti, in Italia si eseguono circa 400 test mentre, ad es., in Mozambico solo 6! La possibilità di cure adeguate è quasi inesistente, limitata a pochi posti letto nei maggiori centri urbani e gli africani vaccinati non superano l’1% della popolazione. L’attuazione di misure di prevenzione è estremamente difficile e peggiora l’alfabetizzazione e le condizioni dei tanti che vivono alla giornata, barattando merci o i prodotti dell’agricoltura familiare. Inoltre, la pandemia non ha fatto che aggravare la già critica condizione di interi villaggi che, colpiti da guerre, malattie, calamità naturali sono costretti a migrare (si pensi, ad esempio, alla progressiva desertificazione di intere regioni o ai cicloni che hanno siccessivamente colpito il Mozambico).

Nonostante le difficoltà, tuttavia, non mancano esempi di come i governi e le associazioni africane si sono attivati con saggezza ed un forte coinvolgimento finalizzato a mantenere la salute delle comunità. Una testimonianza ci giunge dal Mozambico dove, a Caia – un distretto di 200.000 abitanti, lungo l’arteria di comunicazione principale tra il nord e il sud del Paese – opera l’Associazione Mbaticoyane. Con i suoi 300 volontari, collabora strettamente con il governo locale e le autorità sanitarie per contenere l’espansione del Covid. Dall’inizio dell’epidemia, realizza regolarmente campagne di informazione e sensibilizza la popolazione tramite incontri personali e rubriche radiofoniche. Inoltre costruisce mascherine protettive e garantisce postazioni di controllo della temperatura, di lavaggio delle mani ed informazione ai viaggiatori. Ma è del vaccino che anche l’Africa ha urgente bisogno: è nell’interesse generale non riservarlo a pochi soltanto o farne una fonte di lucro. Per interrompere la pandemia e le continue varianti del virus, il vaccino non può che essere considerato un bene comune disponibile per tutti.

dott. Gianpaolo Rama

Il Mozambico nella morsa della “maledizione delle risorse”

Il Mozambico nella morsa della “maledizione delle risorse”

© foto di Gianpaolo Galileo Rama

Conoscerete oramai la campagna Vivila in 3D. A chi non sa di cosa si tratta si consiglia di leggere questo nostro articolo di presentazione del progetto e di visitare il sito della campagna per farsi un’idea. Di seguito invece vi proponiamo un’articolo concepito nell’ambito di questo progetto e dedicato al Mozambico. Marianna Malpaga – in servizio civile presso Vita Trentina e appassionata di giornalismo – dialoga con il professore Corrado Diamantini del Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Meccanica dell’Università degli Studi di Trento e collaboratore del CAM riguardo alla “maledizione delle risorse in Mozambico”.

 

Abbiamo scelto di parlare del conflitto di Cabo Delgado perché, oltre ad essere un tema di stringente attualità, ci consente di presentare alcuni concetti chiave che emergeranno nella prima fase della campagna di sensibilizzazione Vivila in 3D, dedicata alla “lettura delle etichette”. Possiamo leggere le etichette dei prodotti quando compriamo qualcosa al supermercato, ma possiamo anche iniziare a “leggere le etichette” in senso lato, domandandoci ad esempio da dove viene ciò che consumiamo quotidianamente (o che potremmo consumare in futuro).

A Cabo Delgado, infatti, c’è il gas naturale e ci sono delle multinazionali che lo estraggono. Questa, come ci ha spiegato il professore dell’Università di Trento Corrado Diamantini, non è l’unica causa del conflitto, ma è certamente un elemento che acuisce l’insoddisfazione della popolazione locale, e che di conseguenza alimenta la guerra.

Oltre al conflitto di Cabo Delgado, è l’intero stato dell’arte delle politiche di sviluppo in Mozambico che ci consente di affrontare concetti chiave per la cooperazione internazionale, lo sviluppo e la sostenibilità: il land grabbing e la maledizione delle risorse.

Cabo Delgado, “l’eldorado del gas” al centro del conflitto 

A inizio marzo, Amnesty International pubblicava un report con un titolo piuttosto eloquente: What I saw is death, “Quello che ho visto è la morte”. Il documento si riferisce a quanto sta avvenendo nel Nord-est del Mozambico, precisamente nella provincia di Cabo Delgado, dove è in corso un conflitto che vede contrapporsi un gruppo jihadista che i locali chiamano Machababos, da al-Shabaab (in somalo “la gioventù”), e le milizie nazionali e private – a cominciare dalla sudafricana Dyck Advisory Group – assoldate dal governo mozambicano per far fronte all’insorgere dell’estremismo islamico.

Il Mozambico assurge raramente agli “onori” della cronaca, fatta eccezione per le catastrofi naturali che l’hanno colpito negli ultimi anni, primi fra tutti, nel 2019, i cicloni Idai e Kenneth. Il secondo, in particolare, si è abbattuto a fine aprile proprio nella provincia di Cabo Delgado.

Il 24 marzo, racconta Antonio Tiua in un articolo apparso sul giornale mozambicano “O Pais”, Palma era una città “praticamente deserta”. L’ultimo attacco documentato di al-Shabaab, durato dieci giorni, ha avuto come epicentro proprio questa cittadina del Nord-est del Mozambico, e ha costretto molti dei suoi abitanti a rifugiarsi a Pemba, capoluogo della provincia di Cabo Delgado. Palma, come hanno confermato le forze di difesa governative, è stata poi abbandonata dai jihadisti. Questa incursione, però, è solamente l’ultimo episodio di un conflitto che si protrae dall’ottobre del 2017, quando al-Shabaab condusse per la prima volta un attacco a Mocimboa da Praia.

È un caso che le rivendicazioni del gruppo jihadista locale, che non ha niente a che vedere con la formazione somala al-Shabaab, si concentrino in una provincia che l’organizzazione non governativa francese Les amis de la Terre ha definito l’eldorado gazier, cioè “l’eldorado del gas”? Il Mozambico è un Paese ricco di materie prime con un’economia che è cresciuta nello scorso decennio a ritmi elevatissimi. Eppure, nel 2019 l’indice di sviluppo umano (HDI in inglese), che aggrega gli indicatori su aspettativa di vita, istruzione e reddito pro capite, non superava lo 0,456, lasciando il Paese al 181° posto di una classifica che comprende i 193 Paesi membri delle Nazioni Unite.

Uno scenario complesso: i fattori in gioco

Le circostanze descritte fino ad ora potrebbero portare a una lettura semplificata del contesto, che però non corrisponde alla realtà: il conflitto ha molteplici cause, e non può essere ricondotto alla sola presenza di importanti giacimenti di gas naturale e di altre risorse naturali a Cabo Delgado. Le cause della guerra in atto a Cabo Delgado non sono direttamente riconducibili all’estrazione di gas naturale, cui partecipano la Francia, con Total,  l’Italia, con Eni, e  gli Stati Uniti con Exxon Mobil. Ciò non vuol dire che la “questione delle risorse” non vi rientri. Ne parliamo con Corrado Diamantini, professore dell’Università di Trento e membro della cattedra Unesco in Ingegneria per lo sviluppo umano e sostenibile della stessa Università. Il professore, che è stato a più riprese in Mozambico, collabora con il Consorzio Associazioni con il Mozambico, che ha sede a Trento e a Beira (provincia di Sofala Mozambico), e conosce bene i luoghi in cui sono in corso gli scontri.

Diamantini suggerisce di staccarci per un attimo da ciò che sta avvenendo a Cabo Delgado e di guardare alla terra, la risorsa più preziosa per un Paese che vive di agricoltura, che in Mozambico è oggetto di accaparramento da parte di molti investitori esteri (land grabbing) con il concorso dello stesso governo. Un riferimento tra i tanti è costituito dal progetto ProSavana, frutto di un accordo stipulato nel 2010 tra Maputo, Tokyo e Brasilia, che permetterà a imprese giapponesi e brasiliane di sostituire la produzione familiare tipica dell’agricoltura mozambicana con monocolture intensive di soia. Con un “piccolo” inconveniente: gran parte della popolazione che abita quelle terre sarà costretta ad andarsene. In questo caso, però, come spiega Diamantini “la risposta non è violenta, ma consiste nella mobilitazione popolare e nell’azione delle organizzazioni contadine”. “Quindi – prosegue il professore – non si può stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto tra sfruttamento delle risorse, tra cui quelle presenti a Cabo Delgado, e il conflitto in atto, altrimenti saremmo in presenza di una guerra generalizzata in tutto il Mozambico, a partire dalla provincia di Gaza, a sud, dove i cinesi estraggono terre rare pesanti, fino a Moatize, a ovest, dove i brasiliani estraggono carbone”.

Il conflitto di Cabo Delgado, che ha provocato sinora più di 2.500 morti e 700 mila sfollati, va ricondotto, secondo il professore, a tre fattori che agiscono in modo sinergico.

Il radicalismo islamico fa breccia lungo la costa mozambicana

Alessandro Vivaldi, in un articolo apparso su “Africa Rivista”, parla d’insurgency (“insurrezione”), più che di terrorismo, per definire quanto sta avvenendo nel Nord del Mozambico. Il primo attacco di al-Shabaab è avvenuto il 5 ottobre 2017, quando un gruppo di trenta uomini ha preso d’assalto la cittadina di Mocimboa da Praia, non lontana dal confine con la Tanzania. In realtà, la radicalizzazione del gruppo di giovani musulmani è avvenuta anni prima.

Il primo fattore del conflitto in atto a Cabo Delgado, come ci spiega Diamantini, è proprio “la radicalizzazione di un gruppo di giovani musulmani appartenenti a una minoranza della popolazione di Cabo Delgado, i Mwani”. “I Mwani vivono lungo la costa e nelle isole, praticano la pesca e il commercio risalendo l’Oceano Indiano con piccole imbarcazioni tradizionali, i dau”, prosegue Diamantini. “Parlano, oltre a kimwani, il kiswahili, ossia la lingua franca della costa orientale africana. Sono musulmani: da bambini frequentano più le madrasse che le scuole statali. Questo per dire che si tratta di una popolazione che è da sempre in contatto con altri Paesi, come la Tanzania e il Kenya. Se poi si tiene presente il traffico illegale di avorio, di rubini e di eroina, che, come è noto, proviene dall’Afghanistan, raggiunge l’Iran e da lì arriva a Cabo Delgado per poi proseguire per Durban e l’Europa, si ha l’idea di una regione piuttosto permeabile.

Da qui la facilità con cui hanno fatto il loro ingresso le idee fondamentaliste di cui si ha notizia ancora prima della scoperta delle risorse a Cabo Delgado. La fondazione di una setta, a cui partecipano tra l’altro anche figure provenienti dalla Tanzania e da altri Paesi africani, risale al 2007. Solo negli anni successivi questa setta, dopo l’addestramento locale e l’indottrinamento religioso all’estero di alcuni aderenti, si trasforma in un gruppo armato, facendo successivamente proseliti anche in altre zone del nord e del centro del Paese”.

Gli obiettivi militari di al-Shabaab, all’avvio delle operazioni, si trovano proprio lungo la costa, “in centri che sono abitati perlopiù da Mwani, come Mocimboa da Praia, Monjane e Mucojo”, spiega Diamantini. “Al-Shabaab si muove come se in questi assalti avesse avuto degli scopi premeditati: in primo luogo l’eliminazione di leader civili e religiosi. Infatti vengono uccisi religiosi musulmani e viene bruciato il Corano, perché si vuole mettere in discussione il modo con cui si pratica la religione, in nome dell’interpretazione autentica del Corano: non per nulla viene riportato che l’invocazione più frequente durante gli assalti è proprio ‘Sunnah’, ossia il codice di comportamento religioso. Solo successivamente compaiono il richiamo alla Jihad e alla creazione di uno stato autonomo”.

C’è quindi un primo elemento che ha poco a che vedere con le risorse e con l’eldorado teatro degli scontri tra il gruppo di al-Shabaab e le milizie assoldate dal governo mozambicano: “è la scelta di giovani che anche altrove hanno abbracciato l’estremismo, indipendentemente dalle proprie condizioni economiche e da quelle della popolazione in mezzo alla quale vivono”, afferma Diamantini. “Quando penso alla versione mozambicana di al-Shabaab, quello che mi viene in mente è Boko Haram in Nigeria”. Anche Eric Morier-Genoud, ricercatore della Queen’s University di Belfast che studia la storia dell’Africa lusofona, ha usato questo paragone per descrivere il movimento estremista mozambicano.

Se è vero che le risorse presenti a Cabo Delgado non sono la causa scatenante del conflitto in corso, è necessario ricordare che la questione delle risorse non scompare ma, anzi, riemerge con forza. “Al-Shabaab non acquista certo credito tra la popolazione provocando centinaia di migliaia di sfollati e morti indiscriminate”, dice il professore. “Quindi com’è che questo gruppo trova il consenso e si alimenta? E qui veniamo alla questione delle risorse, il secondo fattore in gioco”.

Le risorse tra epoca coloniale e ricostruzione post-guerra civile

“Uno dei primi gruppi a raggiungere al-Shabaab, ancora prima dell’assalto a Mocimboa da Praia del 2017, è quello formato da alcuni garimpeiros, i cercatori che estraggono abusivamente i rubini”, spiega Diamantini. “I garimpeiros erano stati attaccati da milizie private assoldate dalla Montepuez Ruby Mining, che ha in concessione la miniera di Cabo Delgado. Come è documentato, in seguito all’attacco i cercatori di rubini entrano nelle fila di al-Shabaab, nome con cui vengono chiamati i Machambabos”.

Molte delle risorse che giacciono in Mozambico sono state scoperte solo in anni recenti. Alcune, però, erano conosciute già durante il periodo coloniale: il carbone delle miniere di Moatize e l’acqua dei fiumi che attraversano il Paese, tra cui lo Zambesi. Ma non vengono sfruttate. “Fino al 1942, il Portogallo delega la gestione di gran parte della colonia a compagnie concessionarie private, soprattutto a capitale inglese”, racconta il professore. “In cambio di cosa? Delle imposte pagate dalle compagnie, le quali a loro volta si rifanno con gli interessi sulla popolazione africana. In pratica, il Portogallo cede la propria sovranità sulla colonia e ne ha in vantaggio proventi sicuri, oltre al fatto di non dover investire capitali. È esattamente quello che fa oggi il governo mozambicano quando, ad esempio, dà in concessione le miniere di carbone alla Vale, uno dei più grandi gruppi minerari del mondo, oppure i giacimenti di gas alle compagnie petrolifere. Gli investitori dispongono a tutti gli effetti delle risorse, il governo mozambicano, senza fare alcun investimento, ha in cambio i proventi dell’atto di concessione. Ma il problema non è tanto questo, quanto l’uso che viene fatto di questi proventi oltre che la delega delle scelte di sviluppo a investitori privati”.

Il governo portoghese, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, si limita a realizzare il collegamento ferroviario tra il giacimento minerario di Moatize e la linea ferroviaria che congiungeva Beira con il Nyassaland (oggi Malawi) e, assieme al Sudafrica, la diga di Cahora Bassa.

Lo sfruttamento delle risorse ha inizio anni più tardi, dopo l’indipendenza, con alcuni antefatti. “Nel 1984 il governo mozambicano si accorda con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale per una ‘liberalizzazione’ dell’economia”, racconta Diamantini. “Teniamo presente che il Frelimo, il partito al governo, aveva optato per il marxismo-leninismo, e quindi per un’economia controllata dallo Stato. Questo accordo prelude al cambiamento che avviene nel 1989, quando il Frelimo rinuncia esplicitamente all’opzione marxista-leninista”. Un’altra tappa che apre allo sfruttamento delle risorse è l’ingresso del Mozambico nella Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe nel 1999, “ovviamente – come ci spiega Diamantini – in funzione della riabilitazione delle infrastrutture di trasporto che erano andate distrutte durante la guerra”. Infrastrutture che da un lato garantiscono al Sud Africa l’accesso al porto di Maputo e dall’altro permettono di avviare lo sfruttamento delle miniere di carbone.

La scoperta dei rubini a Montepuez, del gas a Palma e della grafite a Ancuabe, tutte località situate nella provincia di Cabo Delgado, è successiva. “Non sono molto convinto, però, che questi giovani estremisti avessero consapevolezza di tutte queste cose”, aggiunge il professore. “Certamente sapevano dell’espulsione dalla terra nei giacimenti di Montepuez e avevano sotto gli occhi i cambiamenti che stavano investendo Palma e il sottostante promontorio di Afungi dove a un certo punto la Total avvia i lavori per la realizzazione della Cidade do gas”.

“Ma una cosa è evidente – continua il professore – se teniamo presenti da un lato la povertà della popolazione, le disuguaglianze sociali e la corruzione dilagante, e dall’altro l’arricchimento di pochi e la creazione di strutture moderne ed efficienti destinate però ad attività in cui la popolazione locale non trova spazio, non possiamo sorprenderci del senso di esclusione e del risentimento contro il governo, così come del fatto che questo stato di cose diventi una leva per il reclutamento, da parte di al-Shabaab, di giovani ai quali, come ha affermato il vescovo di Pemba, è negato il futuro”.

Ed è proprio contro il partito di governo, il Frelimo, che al-Shabaab lancia di continuo le proprie invettive.

“Maledizione delle risorse” in Mozambico

Lo sfruttamento delle risorse da parte di terzi non riguarda solo ed esclusivamente Cabo Delgado, ma abbraccia purtroppo tutto il Mozambico. A quello delle risorse naturali e della terra si aggiunge anche lo sfruttamento intensivo delle foreste, il cui legname è destinato in gran parte alla Cina.

“La domanda che, giunti a questo punto, ci dobbiamo porre è: a favore di chi interviene lo sfruttamento delle risorse?”, si chiede Diamantini. “Innanzitutto a favore delle stesse compagnie concessionarie, poi a favore delle élite che governano il Paese. I proventi, soprattutto in tasse, dell’estrazione dei minerali, della produzione elettrica, del land grabbing e della stessa produzione industriale – si pensi alla Mozal, il grande impianto di alluminio che opera vicino alla capitale – rimangono in larga parte a Maputo, dove alimentano oltre alle élite la crescita di un ceto medio che non è presente in altre città. Non vengono di certo impiegati per attivare politiche credibili di sviluppo per l’insieme del Paese”.

Qui entra in gioco un concetto che gli economisti chiamano resource curse (“maledizione delle risorse”). “La maledizione delle risorse fa riferimento proprio a questo stato di cose – chiarisce il professore – che possiamo riassumere così: se la presenza di grandi risorse e di un enorme potenziale di ricchezza torna a vantaggio di pochi e non riesce a tradursi in politiche di sviluppo rivolte all’insieme della popolazione – soprattutto a causa della corruzione e del malgoverno – si ingenerano disuguaglianze tali da produrre una perenne situazione di instabilità che alimenta i conflitti”.

Come appalta le risorse, il governo mozambicano “ha appaltato” anche la gestione del conflitto

Nell’affrontare il conflitto, il governo mozambicano sta replicando lo stesso schema che utilizza per gestire le risorse. Oltre alle forze governative, la FADM (Forze Armate del Mozambico) e la UIR (Unità di Intervento Rapido), per combattere contro al-Shabaab e per difendere i siti dove vengono estratte le risorse il governo mozambicano ha assoldato alcune compagnie militari private, prima fra tutte la Dick Advisory Group, fondata dal colonnello sudafricano Lyonel Dick. La sola risposta militare, per di più affidata a truppe speciali se non a mercenari, è secondo il professore il terzo fattore che agisce nel conflitto di Cabo Delgado.

Entrambe le parti – forze governative e chi per loro da un lato e gruppo estremista dall’altro – violano il diritto internazionale umanitario, il quale sancisce che in un conflitto armato i civili non possono mai essere oggetto d’attacco. “All’inizio del conflitto le truppe governative  hanno colpito indiscriminatamente tutti coloro che si professano musulmani, perché accomunati ad al-Shabaab”, spiega Diamantini. “Questo nonostante la presa di distanza delle autorità religiose musulmane. Ciò ha spinto altri giovani a unirsi ad al-Shabaab. Quanto ai mercenari che combattono per conto del governo, è provato che mentre utilizzavano gli elicotteri in attacchi contro i jihadisti hanno sparato sulla popolazione civile con cui questi ultimi si erano mescolati. Dall’altra parte ci sono i crimini che commettono di continuo i jihadisti, in cui ritroviamo il campionario cui ci hanno abituato in questi anni le cronache,  comprese le decapitazioni e il rapimento delle donne e di giovani adolescenti. Insomma, una spirale infernale”. Uccisioni e violenze indiscriminate che concorrono all’esasperazione di un conflitto la cui soluzione è affidata, al momento, esclusivamente alle armi.

Conclusione

Riepiloghiamo quindi le tre concause del conflitto mozambicano indicate dal professor Diamantini.

La prima è la radicalizzazione di alcuni giovani musulmani che hanno formato un gruppo jihadista che i locali chiamano Machababos, dal somalo al-Shabaab (“la gioventù”). Si tratta soprattutto di Mwani, una popolazione di Cabo Delgado dedita al commercio costiero e quindi in contatto da sempre con il mondo musulmano. Questa radicalizzazione è intervenuta con la presenza, a Cabo Delgado, di estremisti islamici provenienti soprattutto dalla Tanzania. Viene riportato che tuttora nella leadership di al-Shabaab sono presenti tanzaniani e altri stranieri. Non ha trovato però riscontro l’affiliazione di al-Shabaab allo Stato Islamico, anche se appare evidente che la prosecuzione del conflitto potrebbe spingere a questo connubio.

La seconda, invece, è il modo con cui il governo mozambicano gestisce – o meglio, non gestiscele risorse, appaltando a grandi investitori stranieri il loro utilizzo. Il governo mozambicano, in tutto ciò, accumula le tasse pagate dai concessionari. Questi proventi vengono ripartiti privilegiando pochi gruppi sociali. Questo mantiene il Paese e in particolare le province di Niassa, Nampula e Cabo Delgado in uno stato di povertà in cui soprattutto i giovani non ravvedono un futuro, diventando preda della propaganda jihadista.

La terza e ultima causa è la violenza con cui viene gestito il conflitto di Cabo Delgado, che non risparmia neppure la popolazione. Una violenza che, come avviene con la gestione delle risorse, viene anche appaltata. Alle due fazioni in campo, al-Shabaab e le milizie governative, si aggiungono infatti i mercenari pagati dal governo mozambicano e dalle compagnie private assoldate per difendere i giacimenti di minerali e per debellare l’estremismo islamico. La violenza indiscriminata, che si iscrive in una risposta esclusivamente militare ai jihadisti, finisce con l’esacerbare la popolazione spingendo alcuni, fosse solo in cambio di cibo, vestiario e soldi, a schierarsi con il campo jihadista.

Per concludere, affrontiamo una questione legata al land grabbing  che però riguarda da vicino il tema delle risorse. “C’è un’obiezione ricorrente, a fronte delle critiche all’accaparramento della terra, ed è: Vogliamo continuare ad alimentare l’agricoltura familiare quando questa non ci porta fuori dalla povertà?”, spiega Diamantini. “Quindi perché non sostituire l’agricoltura familiare con un’agricoltura intensiva, che produce più reddito?”.

Ricordiamo che l’aumento del Prodotto interno lordo non garantisce da solo la sostenibilità economica, la quale a sua volta non può essere disgiunta da quella sociale e ambientale. Il PIL in tal senso è un pessimo indicatore: servono anche politiche credibili di sviluppo e di redistribuzione delle risorse. “Se tutto si svolgesse altrove e in un’altra epoca, l’obiezione alla quale ho fatto riferimento potrebbe avere un fondamento. In fondo è quello che è accaduto in Europa e in altre parti del mondo. Ma in tanti Paesi africani, oggi, l’espulsione dalla terra non è compensata da un posto di lavoro in fabbrica, come accadeva in Inghilterra durante la rivoluzione industriale. Non è compensata da nulla, tanto meno da politiche pubbliche che consentano l’ingresso in altri settori dell’economia. Non è compensata neppure da altra terra, visto che nei casi che abbiamo sotto gli occhi ai contadini viene riassegnata terra non fertile”, conclude Corrado Diamantini. “Alle politiche pubbliche è strettamente legata anche la questione delle risorse. Per i rubini, il gas e tutte le altre risorse presenti in Mozambico, si coinvolga pure una grande impresa nel loro sfruttamento, visto che sa come farlo e ha i capitali per farlo. Ma senza farne un soggetto extraterritoriale che compie a piacimento scelte, legate allo sviluppo, che coinvolgono poi i luoghi di vita, le infrastrutture e l’ambiente. E poi si vincoli la concessione alla realizzazione di progetti rivolti a migliorare sostanzialmente le condizioni di vita delle popolazioni locali oltre che all’esborso di oneri fiscali commisurati ai guadagni. Per costruire finalmente, con questi proventi, le basi per lo sviluppo di un Paese che, mentre combatteva il colonialismo, sognava di conquistare  dignità e  benessere”.

Bibliografia

Amnesty International, What I saw is death. War crimes in Mozambique’s forgotten cape, Amnesty International 2021

Les Amis de la Terre France, De l’Eldorado Gazier au Chaos. Quand la France pousse le Mozambique dans la piège du gaz, Juin 2020

Observatorio do Meio Rural, Caracterização E Organização Social Dos Machababos A Partir Dos Discursos De Mulheres Raptadas, aprile 2021

Marco Di Liddo e Elisa Sguaitamatti, I primi attacchi di matrice jihadista in Mozambico, Centro Studi Internazionali, 21 dicembre 2017

Cabo Delgado. Emergenza sfollati, Medici con l’Africa Cuamm, 18 marzo 2021

Marina Forti, La “maledizione delle risorse” che piega il Mozambico, Altreconomia, 1 dicembre 2020

Sandro Pintus, Giacimenti di gas nel nord del Mozambico sono una bomba ecologica a tempo, Africa ExPress, 24 giugno 2020

Joseph Cotterill, Il Mozambico si affida ai mercenari nella lotta contro i jihadisti, Financial Times (ripreso da “Internazionale”), 19 marzo 2021

Bambini ferocemente assassinati in Mozambico, Save The Children, 16 marzo 2021

Matteo Savi, Mozambico: il boom delle risorse e i suoi rischi, Lo Spiegone, 1 febbraio 2019

UNDP, Human Development Report 2019, 2019, New York (hdr.undp.org/sites/default/files/hdr2019.pdf)

Mozambico, l’ex vescovo di Pemba: “Minacce di morte dal governo”.

Mozambico, l’ex vescovo di Pemba: “Minacce di morte dal governo”.

Riportiamo di seguito un’intervista de La Repubblica all’ ex vescovo di Pemba – Luiz Fernando Lisboa, il quale ha lasciato il Mozambico lo scorso febbraio in seguito alla ricezione di ripetute minacce per il suo impegno socio-politico a Capo Delgado.

Mozambico, l’ex vescovo di Pemba: “Minacce di morte dal governo. Sono anni che lanciamo appelli a Maputo. Inutilmente” di Raffaella Scuderi

 

Luiz Fernando Lisboa ha vissuto in Mozambico per vent’anni, di cui 8 da vescovo nella regione di Cabo Delgado, diocesi di Pemba. Brasiliano, 65 anni e senza paura. C’è voluto papa Francesco per convincerlo ad andarsene dal Mozambico, a febbraio di quest’anno. Le minacce di morte stavano diventando troppe. Dal 2017, anno del primo attacco importante al Nord degli estremisti mozambicani, Lisboa non ha mai smesso di parlare. Ha dato voce alla gente della sua diocesi, più povera dei già poveri mozambicani, denunciando l’inizio di una guerra che se fosse rimasta inascoltata da Maputo, avrebbe messo in ginocchio una regione intera del Paese. Lo chiamano “la voce del popolo”, e aveva ragione. L’attacco alla città di Palma il 24 marzo, con decine di morti, fosse comuni, teste decapitate e migliaia di dispersi e sfollati, ne è la dimostrazione.

-Monsignore, chi la minacciava? Gli estremisti?

No. Il governo. Ho ricevuto prima minacce di espulsione, poi di sequestro dei documenti, e alla fine di morte”.

-Come fa a essere sicuro che fosse il governo?

“Maputo ha negato la guerra fin dall’inizio. Quando il conflitto e il pericolo sono diventati evidenti, ha proibito che se ne parlasse. Ha impedito ai giornalisti di fare il loro lavoro. Un reporter è scomparso da aprile dell’anno scorso. Lavorava per una radio comunitaria e parlava della guerra. Nel suo ultimo messaggio diceva che era stato circondato dalla polizia. La Chiesa era la unica che parlava della situazione. E al governo non andava bene. Soprattutto non tollerava che uscissero le notizie dallo Stato. Orgoglio nazionale, business, Quando un anno fa la conferenza episcopale, in un documento, condannò quello che stava accadendo, le autorità hanno reagito male iniziando a gettarmi fango addosso”.

-Perché Maputo minimizza la presenza dell’estremismo?

“Non vogliono che si parli male del Paese. Noi ci siamo appellati perché il governo chiedesse aiuto alla comunità internazionale. Da solo non ce la fa. E lo stiamo vedendo. Il nostro appello è arrivato al Parlamento europeo, e due commissioni mi hanno chiesto di esporre la situazione”.

-Cosa le ha detto il Papa?

“Dopo la visita in Mozambico papa Francesco ha sempre seguito la situazione di Cabo Delgado. Ad agosto dell’anno scorso mi ha chiamato per dirmi che ci stava molto vicino, che pregava per noi e che voleva darci la benedizione. Grazie al suo intervento la guerra si è internazionalizzata. Dopo le sue parole molta gente ha iniziato a interessarsi alla guerra. A dicembre ha donato 100 mila euro per la costruzione di ospedali e per gli sfollati”.

Lo ha risentito dopo le minacce di morte?

Il 18 dicembre l’ho incontrato in Vaticano. Voleva sapere com’era la situazione. Evidentemente aveva più informazioni di me. Sapeva che correvo dei rischi e mi ha proposto di trasferirmi in Brasile”.

Cosa sta succedendo a Cabo Delgado?

“Risorse, multinazionali e guerre. Tre cose che trovi sempre insieme. La situazione sta peggiorando velocemente. Sono in contatto con tanta gente della diocesi di Pemba e di Palma (luogo dell’attacco del 24 marzo, ndr). Molte persone sono ancora nascoste nella boscaglia. Altre sono riuscite ad arrivare in un’altra città, Nangade. Ci sono tanti vecchi, bambini e gente che non sa come sopravvivere. Mi hanno detto che gli elicotteri dei contractor hanno lanciato bombe colpendo terroristi, ma anche civili”.

-Ha vissuto tanti anni in Mozambico. Dove nasce questa violenza estremista?

“Il Mozambico è uno dei 10 Paesi più poveri del mondo. E la regione del Nord è la più povera. Nell’ultimo anno ho assistito a un’inversione della politica pubblica, non più preoccupata per la popolazione: salute, educazione. Gente povera, senza lavoro, malata e analfabeta. I giovani non hanno un futuro perché non possono studiare: non c’è la scuola secondaria. Una provincia povera e abbandonata, anche se ricca. La situazione ideale per la guerra: povertà, molte risorse e questioni etniche. Tutti elementi importanti per un conflitto”.

-Lei cosa ha fatto?

“Diversi anni fa abbiamo avvisato il governo locale e centrale che c’erano dei gruppi che mancavano di rispetto ai leader musulmani. Il governo non ha prestato la dovuta attenzione. E questi individui sono cresciuti diventando sempre più forti. Fino alla rivolta del 2017”.

Che siano o no sponsorizzati dall’Isis, rimane un mistero. Analisti sostengono che la rivendicazione del Califfato sia un fake. Qual è la sua opinione?

“Gli estremisti usano il nome dello stato islamico. Ma questa non è una guerra religiosa. Se lo fosse stata ci avrebbero attaccato. Ma loro assaltano tutti, e distruggono sia chiese che moschee. Uccidono leader cristiani e musulmani. Questa è una guerra economica per appropriarsi delle risorse naturali: gas liquido, oro, rubini, pietre semipreziose. Al momento ci sono più di 700 mila sfollati e più di 2 mila morti”.

-Come vive la popolazione? C’è chi dice che non abbiano fatto resistenza all’assalto.

C’è una totale mancanza di rispetto per i diritti umani. Sia da parte dei terroristi che del governo. La popolazione ha paura di entrambi. Gli estremisti hanno rubato le uniformi, le armi dell’esercito e il cibo. Si presentano come militari. Per la gente è una situazione tremenda. Vedono l’esercito e per loro sono terroristi. Le forze militari in qualche modo abusano delle persone. Ma anche i soldati sono delle vittime, perché stanno in una guerra in cui non vogliono stare”.

-Da poco hanno scoperto giacimento di gas liquido. Sono stati investiti miliardi di dollari proprio a Cabo Delgado. Ci sono i francesi, gli americani e gli italiani. Cosa comporta?

“La relazione tra le multinazionali e la regione non è buona. Il modo in cui queste grandi imprese fanno le cose, non va bene. Ci sono leggi che ti dicono come compiere dei passi: consultazioni con la popolazione, partecipazione alla discussione. Ma non lo fanno. E la popolazione deve lasciare le sue terre. Questo crea discontento”.

-Non ha mai avuto paura?

“No. Non ho mai smesso di parlare. La Chiesa è la voce di chi non ha voce. Come potevo stare zitto?”

-Le manca il Mozambico?

“Sarei rimasto. Mi manca tanto. Tutti i giorni chiedo informazioni e sento amici e missionari. E anche da qui cerco sempre di capire come aiutare quel Paese. Ho chiesto a tutti i missionari e le missionarie della regione, di andare via subito da Palma”.

Cosa porta nel cuore di quei 20 anni?

“La cosa più bella è stata vedere quella gente così povera accogliere altri poveri nelle loro case. Si prendevano anche due o tre famiglie, non avendo quasi nulla, né spazio, né cibo. Questo non lo dimenticherò mai. Sono un esempio di umana condivisione”.

Daviz Simango – leader Mozambicano e sindaco visionario di Beira

Daviz Simango – leader Mozambicano e sindaco visionario di Beira

Ci lascia una figura unica, per Beira, per il Mozambico, per il CAM.

Abbiamo appreso con grande tristezza la notizia improvvisa della morte di Daviz Simango, Presidente del Movimento Democratico del Mozambico e sindaco di Beira. Simango era stato trasportato d’urgenza in Sudafrica per problemi di salute il giorno il 14 febbraio.

Con Daviz il CAM collaborava da anni: si può dire che a rendere possibile l’avvio delle nostre iniziative a Beira, nel 2016, dopo un lungo periodo di lavoro del CAM limitato al distretto di Caia, sia stata proprio la disponibilità e l’apertura del sindaco. Con il Municipio di Beira, il CAM si è impegnato da subito su interventi nell’ambito della gestione dei rifiuti solidi urbani.

Una collaborazione fruttuosa, caratterizzata da reciproca stima e dalla voglia di lavorare al meglio per la città di Beira, siglata da numerosi incontri tra i rappresentanti del CAM, il sindaco e i suoi collaboratori: sempre cordiale e attento, mai banale, critico e propositivo.

Leader di spicco, Simango era anche a capo del partito MDM, personalità rilevante per la politica nazionale mozambicana. I due principali partiti nazionali, Frelimo e Renamo, da decenni sono in costante contrapposizione, troppo spesso senza riuscire a superare questioni che si trascinano fin dalla conclusione delle ostilità armate, con l’accordo di pace di Roma del 1992.

La presenza del nuovo partito MDM, grazie anche al carisma del suo leader, da alcuni anni aveva iniziato ad aprire una forma di dialogo democratico nuovo e di grande speranza, soprattutto per le nuove generazioni cresciute nelle aree urbane di Beira, Maputo, Quelimane, Nampula. È nelle città, tra i giovani e le persone maggiormente istruite che MDM trova i suoi sostenitori.
Il MDM rappresenta per il paese una speranza di maturità democratica; è possibile che la morte prematura del suo leader indiscusso possa portare indietro il paese a ataviche diatribe.

Beira è una città strategica sia dal punto di vista economico-geografico che dal punto di vista politico: la presenza negli ultimi quasi 20 anni di un sindaco di un partito “terzo”, una personalità con visione e desiderio di sviluppo della città, ha dato un impulso dinamico e positivo riconosciuto a livello internazionale.
Tra i meriti di Simango c’è anche quello di aver fatto in modo che i fondi per la ricostruzione post-ciclone, arrivati da organizzazioni internazionali e altri canali di aiuto, fossero investiti nelle opere e azioni realmente importanti e non andassero a disperdersi.

Quale sarà il destino di Beira e del MDM è davvero presto per ipotizzarlo. Rimane il dolore per la scomparsa di una figura fondamentale del panorama politico nazionale, per un amministratore illuminato, per un partner di fiducia.

Oggi, 26 febbraio 2021, si celebrano a Beira i funerali di Stato. Il CAM è stato invitato a leggere una testimonianza di cordoglio.

 

Nella gallery qui sotto, alcune immagini degli incontri ufficiali del CAM con il sindaco Daviz Simango a Beira

Il Mozambico nel Ciclone

Il Mozambico nel Ciclone

Riportiamo di seguito un’intervista di Marianna Malpaga a quattro voci importanti del CAM sul ciclone Eloise, pubblicata sul giornale di Vita Trentina il 04/02/2021.

C’era agitazione, a Beira, prima del 23 gennaio. Le previsioni dicevano che un altro ciclone avrebbe colpito il Mozambico centrale, e così è stato. Puntuale, la notte tra il 22 e il 23 gennaio, il ciclone tropicale Eloise ha sconvolto il Paese. Secondo l’ONU, sono state più di 300 mila le persone coinvolte nel ciclone. Più di 20 mila, invece, gli sfollati, ospitati in 31 centri istituiti sul territorio.

“Anche se è stato meno violento di Idai, il ciclone Eloise ha danneggiato infrastrutture che erano già state messe k.o.”, spiega Helder Domingos, responsabile della gestione dei rifiuti solidi urbani per il Consorzio Associazioni con il Mozambico (Cam), che ha sede a Trento e a Beira. Helder lavora nella sede di Beira e per due giorni, dopo il ciclone, non è riuscito ad andare dal fratello, perché l’acqua davanti alla casa del suo familiare era troppo alta.

Il vento ha raggiunto i 160 km/h, ma sono state le inondazioni il vero problema di Eloise, preceduto, il 30 dicembre, dal ciclone Chalane, di minori dimensioni. L’ufficio del Cam di Beira, che si trova al primo piano, ha subito delle infiltrazioni d’acqua.

“Persino le case più strutturate sono state danneggiate”, spiega Maddalena Parolin, responsabile della comunicazione del Cam di Trento.

Rispetto al marzo del 2019, le persone erano più preparate ad affrontare un ciclone, e avevano preso tanti piccoli accorgimenti che ne hanno attutito l’impatto. “Idai ha portato esperienza – dice Marica Maramieri, rappresentante di Paese del Cam -.

Mentre nel 2019 non si sapeva bene cosa sarebbe successo, in questo caso le persone si sono preparate”.

Le macchine sono state parcheggiate lontano dagli alberi, i tetti fissati con dei sacchi di sabbia alla struttura delle case. Anche la risposta all’emergenza è stata molto più rapida e pronta.

Il Cam ha lanciato una raccolta fondi su Go Fund Me per sostenere il Mozambico, e in particolare le squadre di volontari che aiutano a ripristinare i quartieri. Ci sarà tanto da lavorare sul fronte dei rifiuti solidi urbani. “Le strade sono piene di alberi caduti durante il ciclone – racconta Domingos – ma anche di materiali di costruzione e di coperture di zinco delle case, oltre ai rifiuti accumulati nelle discariche abusive”.

Nonostante la popolazione fosse relativamente preparata, le previsioni meteo, incerte fino all’ultimo, non hanno aiutato. “Dall’Italia controllavamo intensità e traiettoria del ciclone, ma cambiavano continuamente” – spiega Maramieri -.

Inizialmente si prevedeva che avrebbe colpito a sud, poi a nord, poi ancora a sud… E infine ha colpito Beira“.

Il distretto di Buzi è stato quello che ha subito più danni. “Visto dall’alto, era paragonabile al mare aperto”, spiega la rete di organizzazioni “Global Protection Cluster”.

“Ho dei vicini che hanno perso il tetto della casa, oppure l’abitazione stessa”, racconta Sofia Sola, responsabile della comunicazione del Cam a Beira.

“Sono riuscita a mettermi in contatto con l’Italia solo dopo quattro o cinque giorni, per via dei problemi di elettricità e di connessione, che in alcuni quartieri non sono ancora stati risolti”.

Sofia è una studentessa universitaria.

Spera di riprendere presto gli studi, ma teme che ci vorrà ancora tanto tempo. Le lezioni sono sospese per il Covid, che, se all’inizio pareva contenuto, da dicembre ha iniziato a diffondersi, anche a seguito dell’arrivo di turisti dal Sud Africa.

“Quando mi fermo a pensare vedo la conformazione di Beira, una città costruita sul mare – spiega -.

Quando vado in spiaggia, poi, mi rendo conto che piano piano l’acqua la sta risucchiando e mi domando se fra trent’anni la mia città esisterà ancora“. “Una preoccupazione – spiega Maramieri, che traduce dal portoghese all’italiano per noi – che è anche la preoccupazione che il ciclone porta con sé. La paura di morire, perché il ciclone potrebbe anche uccidere. C’è un costante timore per queste catastrofi naturali, che portano con sé conseguenze estremamente gravi”.

Marianna Malpaga

L’amore ai tempi dei madgermanes

L’amore ai tempi dei madgermanes

Qualche settimana fa, Africa Rivista ha pubblicato un articolo sui madgermanes, “la strana storia dei tedeschi di Maputo”, a cura di Marco Simoncelli, che racconta l’avventura di migliaia di ragazzi e ragazze che nel 1979 furono inviati dal governo di Maputo in Germania “per imparare un nuovo mestiere”. In realtà, l’obiettivo era ripagare un enorme debito che il Mozambico aveva contratto con la Germania per conseguire lo sviluppo industriale. Il gruppo dei madgermanes, costretti a tornare a Maputo nel 1990,  esiste ancora. Li si può veder sfilare ogni mercoledì per le strade di Maputo verso l’ambasciata tedesca per chiedere giustizia. Una giustizia che probabilmente non riuscirà ad arginare mai le ferite inferte agli amori interrotti dal rimpatrio forzato.

Quella che segue, nel doppio linguaggio del fumetto e dell’intervista, è la storia d’amore di Domingos, che oltre alla puntualità tedesca, in Mozambico si riportò il pensiero di un amore profondo e di un figlio che non ha mai potuto conoscere. Il fumetto ” Una storia d’amore africana” di Lorenzo Dalbon, volontario del CAM, è risultato tra i vincitori del concorso 60Storie, promosso dal Consorzio Associazioni con il Mozambico insieme a Associazione Trentino con i Balcani e Gruppo Trentino di Volontariato nel 2016.

DOMINGOS, UNA STORIA D’AMORE

La scuola primaria di Njezera di Caia, dove insegna Domingos, nel 2013 ha partecipato al Progetto Promozione alla Salute Comunitaria del CAM, ospitando diversi appuntamenti del programma. Il corso di formazione per insegnanti previsto è durato 7 mesi, e Domingos non ha saltato una lezione. Non solo, un quarto d’ora prima dell’incontro, lo potevi già vedere là, sotto la tettoia di paglia del cortile, ad aspettare i suoi colleghi: “Io ero già li prima dell’inizio della lezione perché mi hanno insegnato ad essere puntuale e in anticipo, se fossi arrivato in ritardo in Germania, mi avrebbero espulso e rispedito in Mozambico”.

A 18 anni, mentre frequentava un corso di abilitazione all’insegnamento nelle scuole primarie, Domingos diventò un attivista. ” Avevo 18 anni, ed ero appassionato di politica e adoravo il leader del movimento socialista Fronte di Liberazione del Mozambico, nonché primo presidente del Mozambico indipendente, Samora Machel”. A 21 anni, durante una visita alla sede provinciale della Frelimo a Beira, il Presidente convocò tutti i membri del partito ad un incontro per scegliere giovani attivisti da inviare in Europa per due anni, nella Germania alleata, a studiare politica”. Ci mandavano nell’Europa dell’Est per studiare come implementare il socialismo in Mozambico.

“Arrivai a Francoforte. Avevo 21 anni, per la prima volta ero nel primo mondo. Una cosa mi colpì profondamente, l’accoglienza dei tedeschi nonostante il colore della nostra pelle. Non c’era razzismo, io proprio non me l’aspettavo!”.

Una storia d’amore. ” In Germania non si cenava, si prendeva solo un pò di tè, un boccale di birra, un pezzo di pane, qualche stuzzichino, delle patate. E la sera alle 21, c’era ancora il sole. Una sera, me lo ricordo benissimo, entrai in un caffè, ordinai una birra, e in quel momento incrociai lo sguardo di una ragazza. Anche lei era una studentessa e quella sera festeggiava con le amiche il buon esito di un esame. Mi chiese da dove venivo, mi chiese del continente africano. Aveva due occhi azzurri, grandi e curiosi. Parlammo del Mozambico, e mi chiese di preparare per lei qualcosa di buono da mangiare, un giorno. Non passarono tre giorni che mi chiamò e mi invitò a cena. Passai lì la notte: nessuna mi aveva mai amato e mi avrebbe amato come ha fatto lei.

Il giorno mi accompagnò a scuola, e insieme chiedemmo al Direttorie di poter lasciare lo studentato e di andare a vivere insieme. Ulriche mi amava e voleva un figlio, nonostante sapesse che molto presto sarei partito per non tornare più e lei non avrebbe potuto seguirmi in Mozambico, perché il governo non l’avrebbe permesso”. Domingos e Ulriche vissero assieme per un anno e mezzo. Finito il corso di studio, l’ambasciata richiamò il gruppo dei mozambicani per reimbarcarli e farli tornare in Africa. Erano i primi mesi del 1986, un freddo pungente avvolgeva tutto.”

Il giorno della partenza fu un vero e proprio strazio, una guerra. Ulriche mi strappò la cravatta dal collo, continuava a chiedermi di non partire. Nostro figlio aveva quattro mesi. La mia compagna era donna bianca, e io non avrei mai creduto che qualcuno con una pelle di un colore diverso potesse prendersi cura di me in quel modo. In Mozambico avevo sposato mia moglie perché avevo un lavoro, e dei soldi da offrirle, e lei mi aveva scelto per questo…da noi è questa la normalità!”. Un amico di Domingos, il senhor Joao, è rimasto in Germania e, negli anni, è rimasto la fonte di informazioni su Ulriche e suo figlio, che ora ha 29 anni. Ulriche non si è mai più sposata e non ha più avuto figli da nessun’ altro uomo.

Domingos, se potessi esprimere un desiderio, cosa chiederesti? Vorrei che mio figlio potesse finalmente venirmi a trovare in Mozambico. Gli farei conoscere mia moglie e i miei figli, i suoi fratelli. E poi vorrei concludere i miei studi. Sto frequentando l’università, manca poco: voglio prendermi la laurea in Sociologia“.

Barbara Zamboni su intervista di Antonella Sgobbo

*(la foto in copertina è tratta dall’articolo di Africa Rivista dedicata al tema)