Da rifiuti a risorse: Macuti-Miquejo verso una gestione dei rifiuti più sostenibile

Da rifiuti a risorse: Macuti-Miquejo verso una gestione dei rifiuti più sostenibile

Beira, Mozambico | Agosto-settembre 2026

Il miglioramento della gestione dei rifiuti urbani inizia con cambiamenti concreti nelle comunità: famiglie più informate, servizi di raccolta più ravvicinati, lavoratori protetti e materiali che non vengono più trattati solo come spazzatura per ottenere valore economico.

Nel quartiere di Macuti-Miquejo, nella città di Beira, questi cambiamenti hanno iniziato a prendere forma tra agosto e settembre 2026, nell’ambito del progetto “Dai rifiuti alle risorse: migliorare la gestione dei rifiuti a Macuti, Beira”, con il coinvolgimento della Giovane Associazione di Macuti (AJOMAC), del Consorzio CAM e del Consiglio Comunale di Beira.

Le azioni intraprese in questo periodo rappresentano passi importanti per avvicinare i servizi di raccolta ai residenti, promuovere la raccolta differenziata dei rifiuti alla fonte e creare le condizioni per una gestione comunitaria più regolare, inclusiva e sostenibile.

Grupo IAC - Portogallo luglio 2024
Sensibilizzazione porta a porta: il cambiamento comincia da casa

Il 5 e il 6 agosto, i team del progetto hanno condotto una campagna di sensibilizzazione porta a porta nelle unità comunali A, C1, C2 ed E, raggiungendo circa 642 residenti.

L’iniziativa ha permesso di informare le famiglie sul riavvio della raccolta primaria dei rifiuti e di sottolineare l’importanza della separazione dei materiali riciclabili dai rifiuti organici, compresi gli scarti alimentari che possono essere valorizzati attraverso la produzione di compost organico.

Più che trasmettere informazioni, questo approccio mira a incoraggiare pratiche quotidiane che contribuiscano a ridurre lo smaltimento improprio dei rifiuti e a rafforzare la partecipazione dei residenti al mantenimento di un quartiere più pulito.

Grupo IAC - Portogallo luglio 2024
Raccolta primaria potenziata e più sicurezza per i lavoratori
La ripresa della raccolta primaria è iniziata in agosto, nelle unità comunali C1 e C2, con il coinvolgimento di nove attiviste dell’AJOMAC, essendo stata successivamente estesa alle unità A, C1, C2 ed E.
Da settembre il servizio si svolge regolarmente il martedì e il venerdì, dalle 7:30 alle 12:00, consentendo l’accesso alle aree in cui le restrizioni di accesso rendono difficile lo spostamento dei camion comunali.

Per sostenere questa attività, il 14 agosto, i membri dell’AJOMAC coinvolti nella raccolta hanno ricevuto dispositivi di protezione individuale e materiali destinati a migliorare le loro condizioni di sicurezza durante il lavoro.

Il rafforzamento del servizio e la fornitura di queste attrezzature contribuiscono a rafforzare il ruolo degli attori comunitari, la cui partecipazione è fondamentale per avvicinare la raccolta dei rifiuti alle famiglie e migliorare la risposta ai bisogni locali.

Grupo IAC - Portogallo luglio 2024
Dalla raccolta al guadagno: la prima vendita di materiali riciclabili

Una delle pietre miliari di questo periodo è stata raggiunta il 22 settembre, con la prima vendita di materiali riciclabili da parte dell’associazione.

L’operazione ha permesso di vendere 165 chilogrammi di bottiglie di plastica PET alla società 3R, tramite l’Ecoponto di Chipangara, generando un fatturato di 1.030 meticais per AJOMAC.

Sebbene questa transazione sia un primo risultato, dimostra il potenziale di recupero economico dei rifiuti riciclabili e apre la strada all’esplorazione di meccanismi che possano contribuire alla sostenibilità finanziaria delle attività di raccolta.

Il consolidamento di questo modello dipenderà dalla continua separazione dei rifiuti, dalla partecipazione delle famiglie, dalla raccolta regolare e dal rafforzamento dei collegamenti tra gli attori comunitari e gli operatori del riciclaggio

Grupo IAC - Portogallo luglio 2024
Una comunità unita per un ambiente più pulito e vivibile

Il 19 settembre, in occasione della Giornata mondiale della pulizia, i membri dell’AJOMAC hanno partecipato a un’azione di pulizia sulla spiaggia di Estoril, accompagnati dalla facilitatrice Nana Sitoe del CAM e in collaborazione con l’organizzazione Let’s Do It e altre aziende.

La partecipazione a questa iniziativa ha rafforzato l’importanza della mobilitazione collettiva e della responsabilità condivisa per la tutela ambientale, estendendo il messaggio del progetto oltre le normali attività di raccolta fondi di quartiere.

I continui miglioramenti del quartiere si riflettono anche nelle condizioni di mobilità e nella vita quotidiana dei suoi residenti. Per Xana Manuel Donguene, nata e cresciuta a Macuti-Miquejo e venditrice di prodotti su strada, gli interventi di riqualificazione legati al progetto MUDAR hanno portato cambiamenti significativi.

«Sono molto soddisfatta dei lavori, soprattutto della costruzione della strada. In passato, quando pioveva, il quartiere era inondato ed era molto difficile spostarsi.»

L’accumulo di acqua influiva anche sull’attività commerciale, esponendo i venditori al fango e agli schizzi causati dai veicoli in transito.

«Quando passava un’auto, l’acqua delle pozzanghere ci colpiva e ci bagnava. Oggi abbiamo la strada pavimentata e l’energia elettrica, e la realtà è diversa.»

Xana Manuel Donguene

Abitante del quartiere di Macuti-Miquejo

Verso il futuro: continuità, organizzazione e sostenibilità
La priorità per i prossimi mesi è garantire una raccolta primaria regolare, rafforzare l’impegno delle famiglie nella raccolta differenziata dei rifiuti e aumentare la quantità di materiali riciclabili inviati per il recupero.

La continuità di queste azioni richiede il coinvolgimento dei residenti, l’impegno degli attori comunitari, l’articolazione con i servizi comunali e lo sviluppo di opportunità che consentano di trasformare il recupero dei rifiuti in un’attività economicamente sostenibile.

L’esperienza di Macuti-Miquejo dimostra che la transizione dai rifiuti alle risorse non dipende solo dalle infrastrutture o dalle attrezzature. Richiede anche un’organizzazione comunitaria, un cambiamento comportamentale e meccanismi che riconoscano il valore ambientale ed economico dei materiali recuperati.

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Da rifiuti a risorse: migliorare la gestione dei rifiuti a Macuti, Beira

Il progetto «Dai rifiuti alle risorse: miglioramento della gestione dei rifiuti a Macuti, Beira» è realizzato a Macuti-Miquejo, nella città di Beira, con il supporto dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese.
Praia Nova: un viaggio nella spiaggia dei pescatori di Beira

Praia Nova: un viaggio nella spiaggia dei pescatori di Beira

A sud-ovest di Beira si trova un’area quasi totalmente sabbiosa di oltre 75 ettari, le cui giornate sono scandite dal brulicare di migliaia di persone che la vivono quotidianamente. Si tratta di “Praia Nova”, la casa dei tantissimi pescatori artigiani e mercanti di pesce beirensi.

Con il centro storico posto esattamente alle proprie spalle e con di fronte il delta del “Rio Púnguè”, uno dei principali fiumi del Mozambico, questa porzione di città è una delle aree più frenetiche. La sua posizione offre tramonti caratteristici sullo specchio d’acqua fangosa, che da fiume si appresta a diventare oceano entro poche centinaia di metri;
Se sul lato marittimo troviamo i tramonti e le imponenti barche di legno artigianali ormeggiate a riva, in tutta il resto dell’area dobbiamo destreggiarci e scivolare tra le vie strette del mercato, le moto che sfrecciano sulla strada di terra battuta e le abitazioni dei pescatori. 

Sulla spiaggia le giornate vivono al ritmo della pesca e delle altre attività principali, ovvero la costruzione delle barche in legno e lo smembramento delle navi fuori servizio da parte dei sucateiros, i raccoglitori di rottami. Il lavoro non si ferma mai e anche la domenica, giorno di riposo per molti, alcune persone continuano a darsi da fare.​

Proprio su questa spiaggia, nelle ultime settimane, in compagnia dei miei amici Cecìl (artista mozambicano che potete conoscere meglio qui) e Muchi, abbiamo avuto la possibilità di conoscere una realtà fortemente radicata nel territorio, che rende Praia Nova piena di storie da raccontare. In poco tempo abbiamo preso confidenza con alcuni abitanti e lavoratori dell’area, che ci hanno accolto con entusiasmo raccontandoci come passano le loro giornate.

Il nostro primo incontro è nato da un tour fotografico per la città che ci ha portato a Praia Nova come meta finale. Un fortunato incrocio di eventi ci ha portato sulla spiaggia di Ponta Gea al mattino, dove abbiamo conosciuto Vic e la sua squadra di lavoratori mentre stavano tessendo una rete da pesca lunga centinaia di metri. Lo abbiamo incontrato di nuovo la sera stessa, in modo totalmente casuale, proprio a Praia Nova dove vive e normalmente lavora come pescatore. Durante questi due incontri ci ha fatto conoscere il suo lavoro, spiegato il funzionamento della rete che stavano costruendo e come l’avrebbero usata in mare:


La rete che avete visto stamattina per noi è un lavoro molto importante. L’abbiamo costruita in diverse settimane di lavoro, ci abbiamo lavorato in tanti e ora l’abbiamo quasi completata. Appena sarà pronta la utilizzeremo insieme a due imbarcazioni. Il processo è abbastanza semplice: ci spingiamo a largo della costa e non appena troviamo un banco di pesci, muoviamo le due barche in modo sincronizzato per circondare rapidamente la zona. Caliamo in mare la rete e completiamo il “cerchio” incrociando le due barche per poi tendere e chiudere la parte inferiore della rete. Strozziamo l’apice con un cavo d’acciaio, come se fosse un sacco, e poi lo trasciniamo a riva. Qui il pesce viene diviso e venduto nei banchi del mercato.

Nei giorni successivi siamo tornati a Praia Nova e abbiamo conosciuto alcuni costruttori di barche. A differenza di Vic, loro non si sono resi disponibili ad un’intervista vera e propria o a farsi ritrarre in fotografia. Di loro non sappiamo il nome, però ci hanno raccontato qualcosa del loro lavoro.


Per costruire le barche che poi solcheranno verso il mare impiegano da una settimana fino a un mese intero di lavoro, a seconda della dimensione dell’imbarcazione. Il mestiere è totalmente manuale, richiede molta conoscenza e grandissima precisione perché le barche che vengono costruite devono essere sicure e durature. Alcune volte vengono costruite da zero, ma spesso riutilizzano le strutture portanti di imbarcazioni già esistenti. Le assi che compongono scafo e fondo sono spesse fino a 5 cm, vengono curvate e modellate manualmente utilizzando una cinghia con cricchetto, in grado di immobilizzare la struttura fino all’inserimento di lunghi chiodi in acciaio che legano le assi esterne con un ben più robusto scheletro con degli spessori anche di 15-20 cm.

Se già questo lavoro risulta faticoso, nulla è in confronto allo spostamento delle barche più grandi. Le imbarcazioni più piccole infatti vengono calate direttamente da riva, ma non vale lo stesso per quelle più imponenti. Ciò non è permesso dalle onde e dalla corrente, perciò queste vengono spinte a mano da gruppi di 15-20 persone nei canali che portano fino al mare, i quali vengono riempiti in modo naturale dalla marea solo in alcuni giorni della settimana in base al calendario.


Una terza professione che abbiamo approfondito durante le nostre visite è quella dei sucateiros, ossia i “rottamatori di navi”. Il loro lavoro è molto faticoso e, spesso affidato ai ragazzi più giovani, di fatto consiste nel letterale smembramento di grandi navi incagliate o più semplicemente abbandonate a riva in quanto non più adatte al mare aperto. Ci ha raccontato la sua storia a proposito Josè, un ragazzo 23enne di Praia Nova, che abbiamo conosciuto in un caldo pomeriggio domenicale. 

Abbiamo parlato con lui mentre le nostre sagome si ritagliava un piccolo spazio nello scheletro di un relitto ormai completamente depredato:

Questo è il mio primo impiego, lavoro qui da alcuni mesi ormai. Ho provato a cercare altro e anche a spostarmi però non è stato possibile, quindi ho preso al volo questa occasione e per il momento faccio questo mestiere, poi in futuro si vedrà. È un lavoro impegnativo perché molto faticoso e spesso ci porta a lavorare in situazione non semplici, in base alla posizione della barca.
Questa dove siamo ora è quasi terminata per cui domani una squadra inizierà a lavorare su un altro peschereccio che è qui da diverso tempo e che ora si sta incrinando in modo eccessivo verso la spiaggia. L’altra nave che c’è qui alla nostra destra invece la inizieremo a smontare il prossimo anno. Per una nave di medie dimensioni ci vogliono 2-3 mesi circa, proprio come quella dove siamo seduti adesso, mentre quelle più grandi posso portare via anche un anno di lavoro.

Anche in questo caso, ci racconta José, l’attività avviene senza particolari infrastrutture e con l’impiego di strumenti semplici come fiamme ossidriche, mazze, scalpelli e carri manuali adibiti al trasporto dei blocchi di ferro ricavati. Il materiale raccolto è ridotto in pezzi trasportabili, viene pesato e poi venduto per entrare in una catena commerciale che lo farà arrivare fino alle grandi fonderie nazionali.  

Queste tre piccole interviste, tutte quante nate in modo profondamente naturale, ci hanno stimolato molto e dato l’energia giusta per poter uscire almeno una o due volte a settimana per raccogliere altre storie e altre testimonianze.
Quando usciamo per fare queste attività, Cecil usa un termine che mi piace molto: cerchiamo storie di resilienza umana.

 

 

Foto e testi del volontario CAM Alex Cestari – Beira, settembre 2026

 

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Musica e Arte in Mozambico: la storia di Cecil

Scopri il lavoro fotografico fatto da Alex Cestari in Mozambico:

https://www.instagram.com/xela.foto/

 

 

Musica e Arte in Mozambico: la storia di Cecil

Musica e Arte in Mozambico: la storia di Cecil

Un approfondimento-intervista sulla cultura e la musica del Mozambico, a cura del volontario CAM Alex Cestari.

La musica rappresenta da sempre, fin dagli albori dell’umanità, un linguaggio collettivo universale strettamente connesso alla vita sociale, spirituale e quotidiana delle persone. Non esiste al mondo un popolo o una comunità che non abbia una tradizione musicale impressa a fuoco nelle proprie origini. La misticità della musica la rende capace di superare testi le parole, fungendo da ponte diretto tra l’essere umano e una dimensione interiore.

Gli strumenti musicali rendono “materiale” questo concetto, rappresentando dei veri e propri manufatti sacri: emblemi in grado di legare le persone con un filo invisibile dall’enorme valore semantico. Anche per questo motivo, ancora oggi nonostante “il disincanto del mondo” verso la magia e la religione, la figura del musicista desta in noi grande interesse e solletica la nostra curiosità più profonda.

Riferendoci in particolar modo al continente africano, uno degli strumenti più emblematici ed iconici è lo djembe: un tamburo a calice la cui origine molto antica getta le sue basi nell’Africa Occidentale, ma che negli anni si è diffuso a macchia d’olio in tutta il continente diventandone un simbolo indiscusso.

Nonostante la sua origine sia geograficamente abbastanza lontana, oggi questo strumento è molto utilizzato anche in Mozambico dove viene impiegato spesso per cerimonie, feste o semplici esibizioni musicali.

Per approfondire la sua storia e la sua importanza ho intervistato Cecil Nhamizinga, giovane musicista mozambicano 24enne originario di Beira che da qualche anno sta studiando questo strumento:

Ciao Cecil, partiamo proprio dall’inizio: che cosa ti ha spinto a diventare musicista e a suonare lo djembe ?

Quello che mi ha ispirato e spinto a essere un musicista e a suonare lo djembe è stato l’impatto che avuto vedendo alcuni artisti nel gennaio del 2023, mentre suonavano questo strumento. Il suono del djembe per me è stato da subito come una terapia, mi faceva stare bene e mi donava una pace incredibile, che poche altre cose erano in grado di fare fino a quel momento. Prima di acquistare il mio djembe , sognavo il suo suono tutte le notti. Ciò mi ha spinto alla decisione di imparare a suonarlo e diventare effettivamente un musicista. La cosa divertente è che questo sogno ricorrente è finito solo quando ho acquistato effettivamente il mio strumento.

E il tuo strumento ha una storia particolare?

Sì, prima di acquistarlo ho conosciuto un paio di artisti che mi hanno stimolato e ispirato. Il primo è stato Okymanie Bamba, un polistrumentista che vive e lavora in Spagna, che era qui di passaggio. Lui fu il primo a consigliarmi di associarmi alla “Casa della Cultura” di Beira, dove ho mosso i primi passi e ho iniziato a prendere coscienza di quello che volevo fare. 
In seconda battuta ho conosciuto Jo Choneca, che è originario di Beira, ma vive e lavora in Italia. Era di passaggio per una visita alla famiglia e mi ha consigliato di acquistare lo strumento da un artigiano locale, che ora ha spostato la sua attività a Maputo, ma che al tempo aveva un piccolo spazio alla casa della Cultura. Da lì poi è iniziato tutto…

Quanto è importante per un te il legame con il tuo djembe?

Il nostro legame non è solo professionale, ma è anche un legame che mi fa stare bene. Quello che cerco è trasmettere la mia passione, cercando di far star bene anche chi mi ascolta.
Proprio per questo motivo, l’obiettivo che mi sono prefissato è anche quello di cercare di insegnare come si suona questo strumento e non solo di suonarlo nei concerti. Nell’ultimo anno ho avuto la possibilità anche di insegnare a diversi ragazzi Italiani che sono stati qui a Beira per delle missioni di cooperazione internazionale.

È difficile per un musicista lavorare a Beira e più in generale in Mozambico?

Considera che l’origine di questo strumento proviene dall’altra parte dell’Africa, quella occidentale. Per cui qui in Mozambico non è esattamente uno strumento tipico. Nonostante questo negli ultimi decenni il suo utilizzo è aumento parecchio. Per esempio a Maputo, che è una grande città, è più facile riuscire a trovare spazio: lì la sfera culturale è più viva che in tutto il resto del Paese.
A Beira invece è più complicato, l’arte e la cultura faticano a prendere piede ed è facile trovarsi le porte chiuse in faccia. Anche se è difficile però non mi do per vinto, il mio obiettivo rimane quello di far conoscere questo strumento e questa arte.
Una caratteristica del djembe è che vibra in modo diverso da tutto il resto, e questo fa vibrare anche il cuore delle persone creando un forte legame tra chi suona e chi ascolta. Questo mi fa andare avanti.

Prima di fare il musicista, nonostante la tua giovane età, hai fatto anche altro. Ti va di parlarne?

Si, assolutamente. Per un periodo della mia vita, prima di iniziare a suonare, ho viaggiato e visitato buona parte del Mozambico con una macchina fotografica, con l’obiettivo di raccontare la mia Terra. Ho viaggiato in alcuni distretti della regione di Sofala e ho esplorato gran parte del sud del Mozambico, tra cui appunto la città di Maputo.
Questo viaggio è stato molto utile per conoscermi e per farmi capire che l’arte e la cultura dovevano far parte della mia vita. Ora, ritornato da questa avventura, oltre a essere musicista mi diletto anche a creare collane e bracciali in legno.

Foto e testi di Alex Cestari da Beira

Vite che continuano ad essere trasformate: il vero impatto del CAM

Vite che continuano ad essere trasformate: il vero impatto del CAM

Luís Cipriano ha 30 anni e dal 2020 collabora con il CAM. Inizialmente ha ricoperto il ruolo di assistente junior e referente dei progetti in ambito WASH a Caia, ora lavora nell’ufficio di Beira dove è responsabile del monitoraggio e valutazione di tutti i progetti. Il suo incarico lo porta tutti i giorni a lavorare con tabelle, indicatori, numeri, per raccogliere dati che raccontano i risultati dei diversi progetti.
Qualche settimana fa una conversazione durante un incontro, quasi casuale, con una autorità dell’amministrazione della Provincia di Sofala a Beira, lo ha colpito nel profondo. Riportiamo le parole che ha condiviso sul suo personale profilo Instagram, in maniera spontanea, che ci hanno commosso e riempito di orgoglio.

Il 15 giugno ho avuto il privilegio di intrattenere una conversazione con il Direttore Provinciale per la Gioventù, l’Occupazione e lo Sport della Provincia di Sofala.

Condividendo il suo percorso professionale, abbiamo scoperto un’interessante coincidenza: entrambi abbiamo un legame con il Consorzio Associazioni con il Mozambico. Durante la conversazione ho sentito un’affermazione che mi è rimasta impressa nella memoria: «Il distretto di Caia ha il volto del CAM».

Per me, questa affermazione non è stata una frase di cortesia, ma il riconoscimento di un lavoro che si è protratto nel corso degli anni e ha lasciato segni visibili nello sviluppo, anche, istituzionale del distretto. Il direttore ha sottolineato il contributo del CAM nel rafforzamento di istituzioni locali come l’SDSMAS [il servizio che si occupa di salute, donne e affari sociali n. d. T.], l’SDPI [il servizio che si occupa di pianificazione territoriale, acqua e infrastrutture] e l’EPAC [l’istituto agrario], l’attuale IMACa, a Murraça, dove ho avuto l’opportunità di frequentare il corso tecnico di agricoltura e zootecnia.

In quel momento ho capito che il vero impatto di un’organizzazione non si misura sempre dal numero di attività svolte o dai rapporti prodotti. Si misura, soprattutto, dalle istituzioni che rimangono più forti, dalle competenze che vengono consolidate e dalle vite che continuano a essere trasformate molto tempo dopo la conclusione di un progetto.

Ascoltare questa testimonianza ha assunto per me un significato ancora più profondo. Mi ha fatto capire che facciamo parte di una storia costruita con visione, impegno e dedizione, il cui retaggio continua a essere riconosciuto da chi ha seguito da vicino quel percorso.

In un’epoca in cui, così spesso, i risultati immediati sembrano essere l’unico metro di misura del successo, vale la pena ricordare che gli impatti più significativi sono quelli che resistono al tempo e continuano a essere riconosciuti da diverse generazioni.

Luís Cipriano

Responsabile di monitoraggio e valutazione di progetto

Progetto TERRA: la missione di Susanna Ottaviani a Beira

Progetto TERRA: la missione di Susanna Ottaviani a Beira

Si sono appena conclusi due mesi di missione di UniTrento a Beira, in Mozambico, per il progetto TERRA. Susanna Ottaviani, dottoranda del Dipartimento di Inegneria Civile Ambientale e Meccanica (DICAM) dell’Università di Trento e Ingegnera Ambientale nel progetto, ha seguito la prima fase di valutazione del contesto, il quartiere di Macuti-Miquejo, beneficiario del terzo pilastro del progetto: il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie del mercato informale.

TERRA, acronimo di Trasformazioni per un’Economia del Riciclo dei Rifiuti urbani e per un Ambiente sostenibile in Mozambico, è un progetto triennale di 2 milioni di euro, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) e dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). Il progetto, coordinato dalla Provincia Autonoma di Trento (PAT) e implementato in loco da Consorzio Associazioni con il Mozambico (CAM) in partnership con il Comune di Beira, si pone l’obiettivo di migliorare la gestione dei rifiuti solidi urbani a livello municipale attraverso la revisione e il rafforzamento delle politiche esistenti, con particolare attenzione alla frazione organica dei rifiuti solidi urbani (FORSU). Si prevede, inoltre, di valorizzare quest’ultima mediante un sistema integrato di raccolta e trattamento che coinvolge attori pubblici e privati e che, grazie alla riabilitazione del Centro di Compostaggio, consentirà la trasformazione della FORSU in compost destinato ad agricoltori locali.

L’efficacia del rinnovato sistema di gestione dei rifiuti sarà osservata e sperimentata nel mercato informale di Macuti, dove, in parallelo agli interventi sulla filiera dei rifiuti, saranno realizzate opere di riqualificazione infrastrutturale volte a migliorare le condizioni igienico-sanitarie dell’area del mercato, in continuità con le azioni avviate dal progetto MUDAR.

Il mercato informale di Macuti-Miquejo è un luogo di elevato interesse per l’intero quartiere. È costituito da un centinaio di attività commerciali distribuite lungo un tratto di strada di circa 200 metri nella zona d’interfaccia tra l’area cimento, ovvero l’area residenziale di origine coloniale, e l’area d’insediamento spontaneo, sviluppatasi rapidamente negli ultimi vent’anni in assenza di una pianificazione urbana. Il mercato serve entrambe le aree attraverso la vendita di prodotti alimentari, prevalentemente ortofrutticoli e ittici, di altri beni di consumo e con la fornitura di servizi artigianali e alla persona. Oltre ad assolvere alle esigenze quotidiane del quartiere, il mercato rappresenta un importante luogo d’incontro e di socialità diventando mezzo di coesione comunitaria. 

Tuttavia, l’attuale mercato presenta delle carenze strutturali ereditate della mancata regolamentazione di uso del suolo e dalla sua evoluzione spontanea. In particolare, il 92% delle attività commerciali non ha accesso all’acqua potabile. I commercianti sono costretti a percorrere quasi un chilometro per approvvigionarsi d’acqua attraverso allacci abusivi alla rete idrica del quartiere limitrofo. La metà degli esercenti che usa l’acqua nello svolgimento della propria attività, si approvvigiona da pozzi superficiali, la cui qualità è fortemente compromessa dalla presenza di fosse settiche e servizi igienici non impermeabilizzati. Il mercato è inoltre privo di servizi igienici, costringendo i commercianti a fare affidamento sulle strutture delle abitazioni vicine o a rientrare nelle proprie case. 

Queste criticità non riguardano esclusivamente il mercato, interessano l’intero quartiere di Macuti-Miquejo, dove l’accesso all’acqua e la gestione dei reflui rappresentano una delle principali sfide per la comunità. In questa prosepttiva, il miglioramento delle infrastrutture idriche e sanitarie costituisce una delle linee di intervento prioritarie del progetto TERRA, con l’obiettivo di rafforzare le condizioni di salute pubblica e la qualità della vita dell’intera comunità.

Questi ed altri elementi di analisi del contesto sono stati raccolti dal team tecnico del progetto composto da CAM, Consiglio Municipale di Beira e Università di Trento, responsabile del coordinamento dell’attività. Grazie ad un approccio interdisciplinare è stato possibile caratterizzare l’area del mercato e leggerne il funzionamento nel contesto urbano circostante, fornendo una solida base conoscitiva allo scopo di orientare le successive scelte progettuali. È stato fondamentale in questo processo l’interazione con i venditori, avvenuta tramite focus group, interviste e questionari. In particolare, sono state raccolte informazioni sulle caratteristiche delle attività commerciali, sull’accesso ai servizi essenziali, sulle condizioni igienico-sanitarie e ambientali, nonché sulle principali criticità percepite e sulle priorità di intervento individuate dagli stessi commercianti. L’analisi è stata inoltre estesa agli abitanti del quartiere, principali fruitori del mercato, per comprenderne modalità di utilizzo, bisogni e aspettative.

Parallelamente, la struttura fisica del mercato è stata studiata attraverso dei rilievi, il censimento delle attività commerciali e la caratterizzazione delle tipologie costruttive delle attività commerciali. Queste informazioni sono state integrate con i dati relativi alle infrastrutture esistenti e ai servizi di fornitura, raccolti e interpretati attraverso incontri con i rappresentanti degli enti gestori. L’analisi dell’uso del suolo è stata supportata dall’uso di immagini satellitari, mappe catastali e sistemi informativi geografici (QGIS), consentendo di integrare in un unico quadro conoscitivo tutte le informazioni raccolte.

Per approfondire le modalità di gestione dei mercati cittadini, sono stati visitati alcuni mercati virtuosi, individuando esperienze e buone pratiche utili per la progettazione sostenibile e duratura. 

Quanto raccolto dal gruppo tecnico è stato presentato al Comitato Municipale lo scorso 18 giugno nel primo di una serie di incontri che accompagneranno il percorso partecipativo verso la definizione degli interventi di miglioramento del mercato. Prossimamente i contenuti confluiranno in uno studio preliminare che sarà presentato agli altri comitati coinvolti nel processo decisionale: i venditori del mercato e i rappresentanti della società civile di Macuti.