Rientro, libertà e salute

Rientro, libertà e salute

La testimonianza di Francesca Bina, rientrata dopo un anno di Servizio Civile a Caia.
Un momento di riflessione finale sulla sua esperienza, sulle sue sensazioni e sui suoi pensieri durante l’anno di servizio.

 

Dal mio rientro dal Mozambico mai mi sarei immaginata di ritrovarmi bloccata a casa non per mia volontà. Nelle ultime settimane mozambicane stavo cominciando a riassaporare il ritrovarmi con parenti e amici, ritrovare alcuni luoghi cari di Bologna, poter prendere la bicicletta e girare in lungo e in largo per la città, camminare sui colli all’aria aperta, ecc… tante piccole cose che in quest’anno a Caia mi erano indubbiamente mancate.

Mai mi sarei aspettata di ritrovarmi limitata nella mia libertà per un nuovo virus che ha bloccato tutto.

Ovviamente non mi sono mai sentita “non libera” in Mozambico, ma sicuramente ho dovuto rivedere alcuni miei comportamenti che qui in Italia avrei ritenuto ovvi e scontati, ma che a Caia, forse, non lo erano fino in fondo. Ho così avuto la possibilità in questo anno di confrontarmi e scontrarmi in prima battuta con il dialogo interculturale e, soprattutto, di sentirmi io diversa, di sentirmi finalmente decontestualizzata in pieno.

Non semplice, perché la sensazione che ogni tanto ho provato è quella di un piccolo soffocamento, una piccola limitazione alla mia libertà personale, alla mia libertà espressiva.

Noi occidentali difficilmente ci soffermiamo a riflettere sull’importanza e il peso che la libertà individuale esercita nell’arco di una giornata: per questo motivo, al mio rientro, con il decreto “restate a casa” per limitare la diffusione e il contagio del coronavirus emanato dal governo, ho avuto per un attimo la sensazione di ritrovarmi a Caia, in una situazione non troppo distante da quella appena lasciata. Molti pochi svaghi, molti pochi luoghi di incontro, pochissime relazioni interpersonali.

È stato così un rientro, sotto certi aspetti, graduale che mi ha permesso ancora di più di pesare e di assaporare il senso della libertà e rielaborare una moltitudine di emozioni provate nell’arco di quest’anno.

Cosa succede quando ci viene tolta la libertà? Cosa succede quando si scopre che molti vengono privati di questo diritto fondamentale? Siamo consapevoli che ci sono persone che non possono scegliere la vita che vorrebbero? Siamo coscienti di cosa significhi per noi? Riusciamo a dare un peso e un valore a questo diritto?

 

Spero che con questa situazione la società occidentale possa risvegliarsi dal suo torpore e possa osservare il baratro verso il quale ci stavamo autospingendo irreversibilmente, dando per scontato il senso di libertà.

È libertà pensare di vivere in una società illimitata, sempre volta alla crescita a scapito di altre persone, altri contesti, altre risorse?

Prima piccola conclusione: penso che oggi la grande libertà di ciascun individuo sia quella di poter scegliere di farcela con le proprie risorse, con quello che la propria terra offre, senza sfruttare o espropriare tutta una parte di mondo che rimane oppressa da questo meccanismo di neocolonialismo che noi occidentali ci ostiniamo a perpetuare.

A Caia ho imparato e visto proprio questo: le persone sono talmente attaccate al luogo in cui nascono e crescono che neanche le piogge annuali riescono a far cambiare loro idea su dove vivere. Nemmeno le alluvioni stagionali riescono a motivare le persone a cambiare casa perché è quella in cui hanno sempre vissuto. Per noi incomprensibile, ma è così. Ognuno ha il proprio campo dal quale raccoglie il necessario per poter dar da mangiare alla propria famiglie. Ed è sufficiente.

Punto secondo: sempre a Caia ho toccato da vicino la condizione della malattia e del malato: la malattia è uno stigma dal quale la persona non può liberarsi, anzi è condannata a questa sua condizione e per questo spesso emarginata.

La cura è un lusso e non sempre possibile, dipende molto dalla patologia che il paziente manifesta. In luoghi come Caia che sono –penso- il 90% del Mozambico il servizio sanitario è molto carente; il paziente è fortunato se manifesta sintomi noti come malaria, TBC o HIV, perché individuabili e trattabili con pastiglie da prendere quotidianamente, altrimenti, anche solo per un braccio rotto, non si può fare nulla perché la macchina dei raggi X è rotta e bisogna spostarsi ad Harare ad un’ora e mezza da Caia o, peggio, a Beira a dieci ore di treno se è puntuale. Ho visto persone morire per delle infezioni urinarie (banalmente delle cistiti non trattate) o per infezioni divenute ascessi e che hanno poi portato a complicazioni che qui non sarebbero neanche classificabili come tali.

Attualmente il coronavirus ha completamente paralizzato la nostra società che si è ritrovata spiazzata di fronte ad un contagio su larga scala: l’occidente ha sperimentato la paura di un’epidemia a casa sua e per questo tutta la comunità scientifica si sta mobilitando per curare e trovare delle soluzioni per rendere più innocuo il virus.

Purtroppo troppo spesso mi accorgo di quanto la storia non insegni proprio un bel niente: sempre le società si sono svegliate dopo “il grande danno” di una guerra, di una catastrofe naturale, di una legge sbagliata, ecc…non sono mai riuscite a prevenire, adottando comportamenti più responsabili e più solidali.

Perché siamo terrorizzati da questa influenza e non siamo minimamente toccati dal fato che annualmente milioni di persone perdono la vita per la malaria? Semplice, perché non ci riguarda. Non è a casa nostra. Ma le malattie hanno confini? Possono essere recluse solo ad un angolo di mondo?

 

Provo con un altro esempio, allora: perché siamo bloccati a casa da questo virus, ma non ci barrichiamo a casa perché respiriamo polveri sottili in quantità preoccupanti ogni giorno? Questo ci riguarda molto da vicino, ma perché non ha lo stesso peso che si sta portando dietro questo virus?

In Mozambico essere malati significa spesso essere abbandonati dalle proprie famiglie, significa ritrovarsi soli senza possibilità di cura, significa sentirsi ormai più morti che vivi.

Quello che vedo adesso è che, al contrario, il peso che noi occidentali diamo alla saluta e alla vita è enorme, ma non riusciamo ad essere coerenti. Ci prendiamo cura solo di noi stessi dimenticandoci della terra e di tutte le altre persone che la popolano.

Per me è stato molto importante a Caia conoscere persone che hanno già questa visione d’insieme, che riescono a mettere insieme i pezzi raccogliendo i malati e cercando loro di dare speranza, ma spiegando che la cura di sé non può prescindere dalla cura della comunità e del territorio.

In questo penso che ci sia solo da imparare e umilmente ritirarsi un pochino, smettere di sentirsi illimitati; perché questa assenza di limiti è solo una distorsione dell’idea di libertà che ci stiamo costruendo.

Francesca Bina, Bologna marzo 2020

Beira a un anno dal ciclone Idai

Beira a un anno dal ciclone Idai

Un anno fa il ciclone Idai ha seminato morte e distruzione nel Mozambico centrale, colpendo soprattutto la città di Beira.

Vogliamo ricordare ciò che è successo, ma anche il lavoro di ricostruzione ed il rimboccarsi le maniche dell’intera città, con un estratto dalla testimonianza di Paolo Ghisu, rappresentante del CAM in Mozambico, che ripercorre con emozione quelle difficilissime giornate e l’impegno lungo un anno per far rinascere Beira.

Giovedì 14 marzo non ero a Beira. Ero a Caia, dove per fortuna il ciclone Idai non è arrivato. Qualche settimana prima c’era stato un altro ciclone che si era abbattuto su Beira e il centro del paese. La città si era allagata, come sempre accade quando piove. Il vento aveva provocato parecchi danni. Si sapeva, da qualche giorno, che questa volta sarebbe stato molto più forte. I danni di gran lunga maggiori, in tutto il centro del paese.

Fin dalla mattina del 14 marzo il vento era molto forte, nel tardo pomeriggio si è alzato e ha iniziato a fare i primi danni. Alberi divelti. I tetti iniziavano a volare via. Fino alle 22.30 di notte sono rimasto in contatto sia con i colleghi e amici. Tutti erano al sicuro, ma impauriti.

Poi il vuoto. Per quattro giorni non sono riuscito a comunicare con nessuno. Venerdì e sabato quasi nessuna notizia attendibile. Beira era un buco nero. Isolata. Irraggiungibile.

L’unica strada d’accesso alla città era impercorribile perché in diversi punti l’acqua se l’era portata via. Finalmente domenica le prime notizie attendibili e le prime immagini. Tanta distruzione, macerie, acqua.

Beira è una città estremamente fragile. La popolazione è in continuo aumento. La disoccupazione è molto alta, soprattutto tra i giovani. Le infrastrutture sono completamente inadeguate. Le strade piene di buche. I servizi scarseggiano. E’ soggetta ad allagamenti di continuo.

Solo il lunedì sono riuscito a parlare con alcuni colleghi e amici. Provati, impauriti, ma stavano bene. Fin da subito si erano messi messi all’opera per ridurre i danni e affrontare le necessità della prima emergenza. Mercoledì sono tornato in città. L’ufficio era una piccola immagine della città intera.

Il tetto era in parte scoperchiato. Non c’erano più le finestre. Alcune porte divelte. Era allagato. Gli archivi e il materiale erano sul pavimento.

Una delle prime necessità è stata quella di sgomberare le strade dalle macerie che ostacolavano gli spostamenti urbani.

Con i fondi in giacenza abbiamo comprato del materiale per gli operai e i volontari addetti alle pulizie (badili, rastrelli, carriole, ecc.) e abbiamo fornito loro cibo e acqua per diversi giorni.

Nel frattempo le alluvioni avevano provocato danni enormi alle zone rurali del centro del paese. I campi erano stati allagati, i raccolti andati persi. Interi villaggi erano stati spazzati via. E poi il colera. Che per diverse settimane ha colpito la popolazione, uccidendo decine di persone, sia in città che nelle campagne. Nei mesi successivi è arrivata la siccità, colpendo soprattutto le zone rurali. Una grossa parte della popolazione nel centro del Mozambico ha vissuto grazie agli aiuti umanitari.

Dopo circa due settimane i servizi base in città (elettricità, acqua, linee telefoniche, ecc.) sono stati ripristinati. Ad un anno di distanza Beira è tornata a quella fragile precarietà di prima del ciclone. Parecchie abitazioni private ed edifici pubblici sono stati rimessi in sesto, anche se i danni sono ancora evidenti. Ad esempio, in diverse scuole e centri di salute mancano ancora i tetti. Nel frattempo la stagione delle piogge cominciata a dicembre ha portato altre inondazioni e provocato disagi. Nuovi investimenti arriveranno per cercare di migliorare i servizi e le infrastrutture di una città estremamente precaria.

In questi mesi il CAM ha contribuito con diverse attività alla ricostruzione della città. Grazie all’importantissimo sostegno di numerosi donatori individuali così come di agenzie internazionali.

Con un progetto finanziato da UNICEF e da donatori privati trentini e italiani, il CAM ha riabilitato il sistema idraulico e fognario in un ospedale periferico e in tre scuole. Inoltre, nelle stesse scuole sono state igienizzate tutte le aule che sono state utilizzate per accogliere centinaia di sfollati nelle settimane successive al ciclone. E’ stato costruito un bagno pubblico di quartiere in uno dei quartieri maggiormente colpiti dal colera, e sono state fatte delle campagne di sensibilizzazione sull’igiene personale e salute pubblica alla popolazione.

Grazie al sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo è stato riabilitato il centro di smaltimento dei rifiuti sanitari presso l’ospedale centrale di Beira – che ospita l’unico impianto dedito allo smaltimento dei rifiuti sanitari (infettivi, anatomici, perforanti) in città.

In collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e il Municipio di Beira è stato ripristinato l’accesso alla discarica municipale e migliorato il sistema di viabilità interna, smantellata una delle discariche provvisorie in centro città sorte all’indomani del ciclone e riparato un camion per la raccolta dei rifiuti. Inoltre, abbiamo continuato a fornire appoggio tecnico al municipio con l’obiettivo di riavviare il normale sistema di raccolta di rifiuti urbani che in questi mesi è stato messo a dura prova dalla scarsità di mezzi e fondi e dagli sforzi fatti dal personale del municipio per la ricostruzione.

Estratto dalla testimonianza di Paolo Ghisu, Beira, 13 marzo 2020

Nei prossimi anni il CAM continuerà il suo impegno a fianco del municipio e della popolazione di Beira, in particolare nell’ambito della gestione dei rifiuti solidi urbani, così come indentificato dal municipio di Beira nel documento per la ricostruzione resiliente della città (Beira – Municipal Recovery and Resilience Plan. A Roadmap to Building Beira Back Better).

Vuoi sapere di più sui fondi raccolti dal CAM per l’Emergenza Idai? Leggere le cronache di quei giorni e le testimonianze degli operatori sul campo nel post emergenza? Vai al dossier Idai

La forza comunicativa e relazionale del teatro comunitario

La forza comunicativa e relazionale del teatro comunitario

Da quasi un anno Francesca Bina svolge il Servizio Civile Nazionale all’estero in Mozambico. Durante la sua permanenza a Caia ha incontrato il gruppo di teatro Mãe para Mãe rimanendone colpita.

“Ho conosciuto il gruppo Mãe para Mãe dell’Associazione Mbaticoyane lo scorso marzo, non appena sono arrivata a Caia. Dopo aver conosciuto tutte le attività del CAM qui nel distretto ho scelto senza grossi dubbi di esplorare più a fondo questa, perché ho un particolare interesse per il teatro.

Il primo giorno non lo scorderò mai: alle 15.30 con Elias arriviamo alla Casa de Saude e realizziamo dopo mezz’ora che le partecipanti avevano tutte “tirato il pacco”, come si suol dire. Tutte tranne una. Sdraiata su una stuoia c’era Vitoria, una donna magra, con sguardo spento e qualche lacrima sul viso, con suo figlio lì accanto che dormiva beato. Provo a scambiare due parole con lei con l’aiuto di Elias; mi racconta che ha appena perso il marito con il ciclone a Beira e adesso si trova sola con a carico due bambini; lei sieropositiva e anche il più piccolo. Anche i vicini di casa la evitano, si sente molto sola. Ha cominciato a gennaio con il gruppo di teatro. Questo incontro mi conferma il fatto di voler entrare dentro il teatro di Mbaticoyane.

Dal giovedì successivo, quindi, comincio a partecipare alle prime prove: il grande scoglio è stato inizialmente quello della lingua e sapevo che il processo di creazione di fiducia reciproca sarebbe stato lungo, più lungo sicuramente rispetto ad altri luoghi.

Per un abbondante periodo ho continuato ad osservare e a cercare di entrare sempre un po’ più dentro le dinamiche del fare teatro del gruppo: l’osservazione per me è stata fondamentale, perché mi ha permesso di studiare bene i comportamenti e cominciare a conoscere le persone. Anche dal modo di recitare si capiscono tante cose di una persona, senza necessariamente dover fare troppe domande. Ho mantenuto l’impegno il più costante possibile, come per dire “guardate che ci sono e mi piace quello che fate!”.

Ebbene si, perché il teatro del gruppo Mãe para Mãe non è il teatro che ci si immagina: non ha nulla a che vedere con la dizione, con i testi classici o con i versi recitati a memoria; è un teatro comunitario con uno scopo esclusivamente sociale.

Il gruppo, composto prevalentemente da donne, mette in scena piccoli spettacoli con l’obiettivo di far riflettere gli spettatori e le comunità sopra tematiche sanitarie: in particolare buone prassi sull’HIV, come assumere i medicinali, consigli sul non abbandonare le cure, sul recarsi in ospedale, il dialogo tra medicina tradizionale e medicina dell’ospedale, rompere il silenzio riguardo alcune chiusure mentali relative ai malati di HIV e non solo, i diritti delle donne, ecc.

Tutte queste tematiche vengono affrontate negli spettacoli che Mãe para Mãe porta in scena nelle comunità: non importa la raffinatezza del teatro, importa soprattutto che le persone si immedesimino nella situazione che viene rappresentata, per cercare di innescare una sorta di riflessione collettiva nella speranza di cambiare mentalità sul lungo periodo, ovviamente.

La grande forza del teatro sta proprio in questo; riuscire a comunicare anche solo con un gesto, senza parlare, con il semplice sguardo, con il semplice movimento del proprio corpo, è un vero acceleratore di integrazione tra le persone, con la sua straordinaria capacità di abbattere qualsiasi barriera linguistica mettendo al centro proprio l’espressione e il movimento. Tutto il corpo.

Nella mia prima fase di osservazione, mi sono accorta di quanto il teatro sia acceleratore di messaggi perché sicuramente riesce ad arrivare laddove non riesce l’ospedale; le persone hanno meno diffidenza nel sentire altre persone che, come loro, sono sieropositive e senza paura lo raccontano.

Si, perché questo gruppo di donne sa bene cosa vuol dire convivere con l’HIV e, proprio per questo motivo si mette in gioco e lo racconta, perché capisce l’importanza di abbattere lo stigma dell’HIV e della condizione del malato qui a Caia.

Dopo aver osservato, ho deciso di mettermi in gioco anche io, perché sentivo che la fiducia reciproca stava via via aumentando. Inizialmente ho promosso una piccola formazione tecnica e da lì inaspettatamente, il gruppo mi ha proposto di recitare il 1 dicembre in occasione della Giornata Mondiale contro l’HIV.

Lo scoglio più grande per me continuava ad essere la comunicazione, perché ovviamente gli spettacoli sono in cisena, la lingua locale, ma abbiamo adottato un escamotage per non far percepire questa differenza… e ci sembra aver funzionato!

La grande forza del teatro sta proprio in questo; riuscire a comunicare anche solo con un gesto, senza parlare, con il semplice sguardo, con il semplice movimento del proprio corpo, è un vero acceleratore di integrazione tra le persone, con la sua straordinaria capacità di abbattere qualsiasi barriera linguistica mettendo al centro proprio l’espressione e il movimento. Tutto il corpo.

A teatro le differenze sono davvero il punto di forza: nel teatro si riesce realmente a sperimentare che, indipendentemente dal colore di pelle, le persone si trovano sullo stesso piano. Si crea la sintonia, l’empatia e la relazione che porta a vederci persone e non “mzungu” e “mozambicani”, “bianchi” e “neri”, “capo” e “dipendenti”.

Il teatro arriva, parla, gioca con le persone che lo fanno e il pubblico che assiste, con la speranza di renderlo sempre più attivo e critico. Ma con la speranza anche di far crescere le persone che si mettono in gioco e in questo Vitoria per me è stata un esempio incredibile. Oggi anche lei sale sul “palco”, si diverte, ride, grida quando deve gridare e piange quando deve piangere.

Spesso le attività artistiche vengono fatte passare in secondo piano o sono le prime a cui vengono tagliati i fondi, perché non si riescono chiaramente a trovare degli indicatori per dimostrare empiricamente i risultati raggiunti: d’altronde, mi pare piuttosto complicato trattandosi di una attività artistica.

Però davvero auguro a tutti di poter incontrare la propria Vitoria che, con serenità, si confronta con le sue difficoltà e trova la chiave di lettura per poterle superare.

Per lei questa chiave è stata ed è tuttora il teatro.”

Francesca Bina

“Il primo mese a Beira!”

“Il primo mese a Beira!”

Da inizio Agosto, al team di Beira si è aggiunta una nuova volontaria! È Arianna Cemin, studentessa trentina che per i prossimi 4 mesi affiancherà la squadra locale del CAM per raccogliere materiale utile per la sua tesi in ambito WASH e per dare il suo sostegno al lavoro di coordinamento tra i molti settori! 💧
In seguito riportiamo la sua testimonianza del primo mese di questa sua esperienza!

Arrivata a Beira dopo un lungo viaggio, incontro Paolo all’aeroporto. Mi accoglie con un sorriso, nonostante una valigia non sia arrivata ma tutto normale. Mi immergo subito nell’aria polverosa e pesante di Beira, percorrendo la strada dall’aeroporto alla città rimango con gli occhi incollati al finestrino a guardare le piccole baracche di lamiere e legno che costeggiano la strada. Un primo impatto forte che mi butta immediatamente in un vortice di pensieri.

Mi accolgono i colleghi mozambicani, calorosi e felici di vedermi si dimostrano subito molto disponibili. Dopo poche settimane sono già come una famiglia, in ufficio nonostante il lavoro sia molto e caotico c’è sempre spazio per una risata o una brincadeira.

Il primo week end, Gorongosa be’, c’è poco da dire, magnifico. Riusciamo a campeggiare un paio di notti sotto le stelle africane tra strani suoni animaleschi e chiacchierate filosofeggiate accompagnate da una buona Manica, ormai la mia birra preferita. Safari, fatto; leoni, gazzelle uccelli e chi più ne ha più ne metta spazi sconfinati, circondati da boschi fitti di alberi dal tronco giallo.

La prima settimana è di totale assestamento, prima volta in Africa. È tutto uno scoprire e riscoprire, abituarsi ad odori forti tra immondizie bruciate e cibo che marcisce per strada.

Tutti ti guardano ma non con disprezzo e nemmeno con paura ma con curiosità alla fine siamo pochi muzungo, una minoranza a tutti gli effetti. Purtroppo anche dopo un mese è ancora difficile abituarsi a vedere alcune scene in strada, persone accasciate per terra, visibilmente denutrite, bambini che accompagnano adulti ciechi a chiedere l’elemosina. Alla fine se sei bianco la prima associazione che molti fanno è “bianco=denaro” e non solo, aleggia un certo timore, forse più servilismo intrinseco nell’atteggiamento dei mozambicani. Certo decostruire un concetto che noi bianchi stessi abbiamo creato attraverso la colonizzazione non è di certo facile.

La comunità di expat di Beira mi accoglie da subito con grande entusiasmo ed entro nel vivo di questo piccolo mondo a sé stante che cerca di integrarsi nella società mozambicana. Svariati personaggi di tutte le età e di varie associazioni. Potersi confrontare ed apprendere da chi ormai vive a Beira da molto tempo è una risorsa preziosissima. Essendo curiosa domando qualsiasi cosa e costruisco man mano la storia di questo Paese tra guerre, cicloni e difficoltà. Il ciclone ha di certo segnato un capitolo molto importante per la città, chi lo ha vissuto lo racconta con occhi semilucidi e la paura e lo sconforto aleggia ancora nelle loro parole. Sicuramente i rapporti che sto costruendo mi stanno aiutando a chiarirmi le idee per il mio futuro e a conoscere persone meravigliose, ognuna con la propria storia e con il proprio pacchetto di esperienze.

Un bilancio generale più che positivo, sia a livello lavorativo dove sto apprendendo come sviluppare progetti e sto scrivendo la mia tesi di laurea triennale, sia a livello umano e personale.

Arianna”

Una nuova tappa per il Piano di Caia!

Una nuova tappa per il Piano di Caia!

Un passaggio importante per il Settore Pianificazione Territoriale

Oggi è una giornata importante per il CAM nella Provincia di Sofala. A Caia, tra oggi e domani viene ufficializzato l’avvio dei lavori sui Piani Urbanistici del Distretto.

In queste ore i tecnici del DPTADER (Direzione Provinciale di Ambiente, Terra e Sviluppo Economico Rurale) sono in visita a Caia per inaugurare formalmente l’elaborazione dei cinque piani sviluppati grazie al lavoro del CAM. Oltre al Plano de Estrutura Urbano di Caia, verrà dato il via al lavoro per il PEU di Sena, e i piani di Murraça, Licoma e Ndoro.

Oltre ai tecnici e ai collaboratori del CAM, stanno partecipando all’evento amministratori locali, direttori distrettuali, reguli, segretari dei bairros e altre figure influenti all’interno della comunità.

Questo importante momento è stato preceduto da un intenso lavoro, svolto del Settore Pianificazione Territoriale del CAM. Numerose uscite sul campo e la mappatura dei bairros e dei regulado sono stati i primi steps. In seguito, il gruppo di lavoro ha organizzato un piano di formazione specifica per i tecnici. Ciò ha permesso di raggiungere importanti obiettivi che ci hanno portato alla giornata di oggi. Innanzitutto, la digitalizzazione del catasto, che ha facilitato l’implementazione del piano. In secondo luogo l’appoggio all’SDPI (Servizio Distrettuale di Pianificazione e Infrastrutture) nelle attività di riqualificazione urbana. Infine, l’apertura di strade nei quartieri spontanei.

Questa giornata segna un nuovo inizio per il Settore Pianificazione. In bocca al lupo a tutti i collaboratori!!

 

Per ulteriori informazioni sull’importanza dei piani, clicca QUI

In seguito troverai alcune foto delle tappe significative del lavoro fatto

Donne, Pace e Sicurezza a Gorongosa

Donne, Pace e Sicurezza a Gorongosa

Gorongosa, 5 Novembre: le donne che stanno seguendo il percorso di formazione sulle tematiche di genere a Caia hanno preso parte ad un importante incontro. Victorina Abel Afonso una delle collaboratrici del CAM, ha scritto un “relatório” della giornata:

Il giorno 5 Novembre io e altre donne del gruppo di Caia siamo partite  in direzione del Distretto di Gorongosa, nella località Khanzada. Eravamo 8, e avevamo l’obiettivo di andare a discutere delle idee con altre donne delle province e dei distretti mozambicani, oltre che di vari paesi stranieri. Il tema dell’incontro era: “Donne, Pace e Sicurezza”. Alla fine del dibattito sono emerse delle conclusioni che ci hanno permesso di tracciare delle linee d’azione comuni, che sono la creazione di comitati di base e di scuole di alfabetizzazione.

Victorina Abel Afonso

Ecco una galleria di immagini dell’evento, curata da GMPS, il gruppo femminista di Caia che sta organizzando la formazione.