Il lavoro della Mbaticoyane: voci da Caia

Il lavoro della Mbaticoyane: voci da Caia

Come purtroppo accade in molti distretti del Mozambico, la popolazione di Caia è colpita dalla presenza di AIDS, malaria, malattie neonatali e infantili, colera e infezioni acute e croniche, spesso legate alle cattive condizioni igieniche e ambientali, alla mancanza di acqua potabile e alla difficoltà  di godere di un’alimentazione sana e varia.

A Caia, il CAM opera nell’ambito della salute comunitaria già dal 2007 e, nel corso del tempo, ha favorito la nascita dell’Associazione Mbaticoyane, in lingua Sena “prendiamoci cura l’uno dell’altro”. L’Associazione comprende al suo interno Assistenti Domiciliari, i cosiddetti Cuidados Domiciliarios, operatori comunitari di salute e volontari locali. Durante l’anno promuove iniziative come corsi di cucina e nutrizione, taglio e cucito, lingua inglese, spettacoli teatrali, percorsi di confronto con i Praticanti di Medicina Tradizionale e un programma radiofonico settimanale sulla salute.

Abbiamo chiesto al sig. Zacarias e alla sig.ra Lucia, due membri dell’Associazione, di raccontarci la loro storia, come sono entrati in contatto con questa realtà e come si svolge una loro tipica giornata.

“Mi chiamo ​​Zacarias Antonio Charles, ho 48 anni, vivo con mia moglie e i miei 9 figli e svolgo il lavoro di Assistente Domiciliare da 13 anni. Ho iniziato nel Distretto di Marromeu, nella località di Mponda, i cui pazienti vengono curati nell’ospedale distrettuale di Caia. Mentre lavoravo ho avuto l’opportunità di studiare. Ho imparato molte cose che mi hanno permesso di migliorare sul lavoro, anche se a causa del poco tempo libero è stato difficile stare al passo.”

Il sig. Zacarias è uno dei Cuidados Domiciliarios, una figura il cui compito è quello dell’assistenza domiciliare ai malati e alle loro famiglie nell’ambito della salute ma anche psichica, della nutrizione e dell’igiene.

“La cosa che mi piace di più del mio lavoro è poter assistere i pazienti della comunità che si trovano in situazioni molto critiche. Spesso i pazienti sono membri della mia famiglia o miei vicini di casa e questo mi da la forza di andare avanti. La cosa più difficile invece è convincere le persone che hanno abbandonato la terapia antiretrovirale a tornare in ospedale e riprendere il trattamento. Tempo fa ho lavorato con un paziente sieropositivo che inizialmente non aveva intenzione di seguire la terapia. Grazie a tanti colloqui e con l’aiuto della famiglia sono riuscito a convincerlo e ora è tornato in salute, prende regolarmente i medicinali, ha ripreso il suo lavoro di pastore di una chiesa e sensibilizza i membri sieropositivi della comunità a seguire il suo esempio.
In un altro caso molto difficile invece una donna aveva interrotto la terapia perché era sola e nessuno della famiglia poteva aiutarla. Soffriva anche di tubercolosi e non era più autosufficiente. Sono riuscito a convincere una sua vicina di casa, la moglie del leader comunitario, che mi aiutava soprattutto a lavarla. È stato un caso molto delicato, ma ora sono felice perché la signora sta bene.”

La sig.ra Lucia è la responsabile del counseling presso la Matchessa Mãe Lamukane.

“Mi chiamo Lucia Abel Afonso, ho 41, vivo da sola con 5 figli. Sono in questo progetto da 10 anni e ho iniziato facendo la volontaria nella comunità del Barrio di Chirimba, prima facevo la contadina. Quando ho saputo che il CAM voleva aumentare il numero di attivisti, ho assunto questo nuovo ruolo presso la Matchessa.”

La Matchessa Mãe Lamukane è una struttura inaugurata nel 2020 in cui l’Associazione Mbaticoyane svolge attività di screening dell’HIV e di consulenza su diverse tematiche sanitarie. Affianco a questo spazio è presente anche un piccolo angolo ristoro in cui si servono piatti caldi tradizionali e bevande.

“Quando arrivo sul posto di lavoro per prima cosa controllo che tutto sia pulito e in ordine, poi preparo la mia scrivania e quando le persone iniziano ad arrivare mi occupo di loro. All’angolo ristoro serviamo ai clienti biscotti, succhi di frutta, polenta e riso con carne di capretto e altro ancora.
La parte che più mi da soddisfazione del mio lavoro è vedere il cambiamento del comportamento nelle persone che dopo essere passate allo sportello e aver sostenuto il colloquio decidono di seguire i consigli che vengono loro dati.

Ad oggi lo stigma verso le persone sieropositive è diminuito rispetto al passato ma purtroppo ancora presente; è molto difficile per i malati accettare il responso quando il test mostra la positività al virus HIV.

“Lo vedo quotidianamente nel mio lavoro alla Matchessa. A volte succede che le persone, dopo aver fatto il test per l’HIV e scoperto di essere sieropositive, lascino un indirizzo di recapito falso e non siano più raggiungibili per essere seguite con la terapia. Tempo fa sono riuscita a fare un colloquio con un uomo. Appena ricevuto l’esito positivo è scappato via dicendo che sarebbe tornato il giorno dopo ma non lo ha fatto. Sono andata a cercarlo all’indirizzo che aveva lasciato perchè ci tenevo che ricevesse tutte le informazioni utili per iniziare il trattamento ma il recapito che aveva lasciato era falso.”

La scuola Solidariedade di Mavalane

La scuola Solidariedade di Mavalane

Giovanna Luisa, membro del Consiglio Direttivo del CAM e Presidente dell’associazione “A Scuola di Solidarietà“, il 26 marzo ha fatto visita alla Escola Solidariedade di Maputo che l’associazione sostiene dal 1993. In questo articolo Giovanna ci parla dell’incontro con i/le giovani della scuola e riporta alcune delle loro testimonianze.

L’Associazione “A scuola di Solidarietà” fa parte del CAM dal suo inizio. Dal 1993, sostiene – prevalentemente con l’offerta di borse di studio – la Escola Solidariedade di Mavalane, una scuola Comunitaria, sorta nella periferia della capitale mozambicana. Oggi (2021) essa conta  3.124 alunni e alunne, affidati/e a 73 docenti.

Inizialmente, le borse di studio hanno promosso la formazione degli insegnanti, poi, gradualmente, sono venute incontro al desiderio di istruzione superiore degli studenti che, pur avendo i requisiti, non avevano i mezzi per frequentare i corsi. I loro nomi completano una lunga lista, che supera di gran lunga il centinaio. Attualmente si tratta di giovani iscritti alla scuola secondaria superiore o alle facoltà universitarie presenti nella capitale. In diverse occasioni, gruppi di viaggiatori provenienti dall’Italia hanno potuto conoscerli, ascoltarli e confrontare esperienze, l’ultima volta pochi giorni fa, il 26 marzo 2022.

“…Il vostro contributo trasforma vite, non solo professionalmente, ma anche come persone” così si è espresso Ailton Tivane, uno dei 18 giovani presenti all’incontro avvenuto in una sala della scuola. Qui ciascuno dei giovani presenti, non senza emozionarsi, ha parlato di sé, portando il proprio vissuto, le proprie aspirazioni, la propria risolutezza ad affrancarsi dalle condizioni di povertà economica e di difficoltà sociale che motiva il contributo offerto.

Al pensiero di Ailton hanno fatto eco altri giovani presenti. Le borse di studio sono state indicate come una “occasione per riempire la società di uomini pensanti e capaci di trasformare l’ambiente familiare”, “un mezzo per ridurre la povertà”, una opportunità per offrire strumenti, diretti sia all’auto imprenditoria sia allo sviluppo del Paese, di cui si riconoscono i problemi e le responsabilità: la diffusa corruzione, la incapacità di cura, la necessità di formazione e la mancanza di lavoro, spesso anche per coloro che hanno un titolo di studio.  La scelta della scuola da frequentare, pur corrispondendo per la maggior parte dei giovani e delle giovani presenti, al desiderio di soddisfare una propria aspirazione, non prescinde da una analisi delle esigenze del mercato a cui molti di loro si adattano.

Augurandosi che altri giovani del quartiere possano godere della stessa opportunità, ci incoraggiano a non rinunciare a promuoverla e noi raccogliamo la sfida, convinti che il Diritto allo studio, come ogni Diritto, non possa che essere di tutti, ovunque.

Educazione e impegno comunitario per costruire resilienza

Educazione e impegno comunitario per costruire resilienza

Il signor Mateus Machaiche ha 71 anni, risiede nella località di Mecuzi Phuaze, nel distretto di Nhamatanda. È sposato, padre di 7 figli e nonno di 6 nipoti. Insieme alla sua famiglia e alla sua comunità, è uno dei beneficiari del progetto Building Resilience through Education and Community Engagement in the cyclone- affected schools in Mozambique” di cui il CAM è partner implementatore, finanziato dall’Unione Europea e promosso dall’Agenzia delle Nazioni Unite UNICEF con il supporto tecnico di UN-Habitat.

“La mia comunità si trovava in una situazione critica su diversi fronti. Innanzitutto la distruzione causata dal passaggio del ciclone Idai, dal quale sono trascorsi ormai tre anni ma i suoi effetti sono purtroppo ancora ben visibili. Tra le altre cose, nella comunità c’è la presenza di tabù molto radicati su tematiche riguardanti l’igiene mestruale, questioni di genere e violenza sui minori. Per contribuire nel mio piccolo alla soluzione del secondo problema, ho fatto visita a più di 32 famiglie per parlare con loro e cercare di cambiare la loro visione “.

Il sig. Machaiche, grazie alle formazioni fornite dal progetto, ha imparato molto in merito a questi temi e si è attivato in prima persona con lo scopo di sensibilizzare la popolazione e i leader comunitari per la prevenzione di fenomeni come le unioni premature e le gravidanze precoci.

Gli obiettivi di questo progetto sono duplici. Da una parte c’è la ricostruzione delle strutture di tre scuole elementari pubbliche del distretto di Nhamatanda, duramente colpite dal ciclone Idai del 2019 (EPC Dirindir, EPC Solomone Machaque e EPC Manguena). Dall’altra il progetto vuole fornire assistenza educativa agli insegnanti e, più in generale, alla comunità locale attraverso la distribuzione di materiale didattico e formazioni su tematiche di genere, supporto psicosociale, violenza contro i bambini e sviluppo di abilità/competenze life skills nei bambini.

“Quando sono tornato a casa dopo la formazione, ho usato i manuali che ho ricevuto per spiegare alla mia famiglia il fenomeno dei matrimoni precoci. Le mie giovani nipoti stavano per unirsi con due uomini secondo il metodo tradizionale, ovvero pagando una dote con il consenso dei genitori. Quando l’ho saputo, ho parlato con loro e l’ho impedito.”

Oltre che con la propria famiglia, Mateus ha coinvolto anche regulos e capi villaggio per diffondere il più possibile le informazioni ricevute e contribuire a migliorare la situazione della sua comunità.

“È usanza comune che i genitori, anche a causa della povertà dilagante, decidano di affidare le loro figlie minorenni a uomini più grandi in cambio di sacchi di riso, capre, zappe o polli. Ora so che tutto questo è sbagliato.”

I lavori di ricostruzione intanto stanno procedendo e, oltre alle classi, verranno costruiti un blocco amministrativo, appartamenti per gli insegnanti e blocchi sanitari differenziati per sesso per gli alunni.

La prima fase del progetto si è conclusa nel 2021, una seconda parte sta ora proseguendo con il finanziamento della Regione Autonoma Trentino Alto Adige ed il supporto di altri finanziatori e fondi CAM.

Qui sotto alcune immagini delle formazioni e dei lavori di ricostruzione.

L’articolo è un adattamento di materiale comunicativo redatto dal CAM per UNICEF e non riflette necessariamente la visione dell’Unione Europea.

Progetto finanziato da:

Too Far to Walk

Too Far to Walk

La mortalità materno-infantile rappresenta una grande sfida per il Mozambico e, ad aggravare la situazione, l’intensificarsi del cambiamento climatico causa sempre più spesso eventi catastrofici. 

Massimiliano e Tatiana, attraverso la loro ricerca svolta con il CAM e UN-Habitat nelle province di Sofala e Manica e il loro progetto di tesi dal titolo “Too Far to Walk”,  ci raccontano di come sia possibile avvicinare le donne gravide alle cure parentali e all’educazione sanitaria base attraverso strutture chiamate “Maternity waiting homes”.

Sono passati sei mesi dal nostro rientro dal Mozambico. I ricordi di questa esperienza tra i villaggi e le storie delle madri delle province di Sofala e Manica sono immortalati nelle fotografie, nei messaggi di amici e colleghi ma soprattutto nel nostro progetto di tesi, presentato alla commissione di laurea poco prima di Natale 2021.

La nostra ricerca si è costruita attorno al tema della Casa de Mãe-Espera (Maternity Waiting Home), una struttura indispensabile nelle aree rurali del Mozambico, nata con lo scopo di accorciare la distanza tra le madri prossime al parto e i centri di salute. Si tratta di un alloggio temporaneo, a pochi metri dai reparti di maternità, dove le donne hanno l’opportunità di passare le ultime settimane di gravidanza in compagnia di altre future mamme, giornalmente visitate dal personale sanitario, pronte ad avvicinarsi al momento del parto in sicurezza. Senza queste “case d’attesa”, la distanza che separa molte future madri dalla possibilità di effettuare un parto sicuro inizia a rappresentare un pericolo per la loro stessa salute e quella dei nascituri. Numerosi parti infatti avvengono lungo il cammino che le donne intraprendono quando arrivano le prime contrazioni, spesso sole, a piedi, indipendentemente dal momento della giornata, dal tempo o dal loro stato di salute. Le tradizioni locali tutt’oggi prediligono il parto in casa della famiglia della suocera, soprattutto nell’area centrale del Mozambico, dove il sistema unisce le famiglie seguendo le regole patriarcali. Ma le condizioni sanitarie non sempre sono sotto controllo e, in caso di complicazioni, i neonati e le donne, che spesso al primo figlio hanno 15 o 16 anni, rischiano di perdere la vita durante il parto.

Casa de mãe-espera di Guara Guara – Sofala (distretto di Buzi)

Tale situazione è ulteriormente esacerbata dal cambiamento climatico.

Infatti, la costa Mozambicana è fortemente vulnerabile ad eventi climatici estremi interessati da un costante aumento da inizio secolo. Forti venti e piogge si traducono in inondazioni e cicloni tropicali che si abbattono con furia su un sistema infrastrutturale, urbano ed agricolo già estremamente fragile, mettendo a rischio così la salute di milioni di persone.

Pertanto, nelle aree a rischio di catastrofi naturali, l’intervento strategico della Casa de Mãe-Espera non si limita a creare un riparo ma deve essere affrontato con un approccio resiliente, basato sull’utilizzo di soluzioni resistenti ai fenomeni climatici e fortemente radicate nella cultura locale, così da garantire un primo passo nella maternità sicuro e dignitoso.

Traendo ispirazione dal concetto di “distanza”, il titolo del nostro lavoro è “Too far to Walk”, letteralmente “troppo distante da raggiungere camminando”. Esso cerca di rappresentare il momento in cui le madri si vedono costrette a “scegliere” ove poter trovare rifugio e assistenza in uno dei momenti più delicati delle loro vite. Lo scopo del nostro studio, dunque, è stato quello di affrontare la complessa dinamica della mortalità materno infantile mirando ad una sensibilizzazione della problematica e alla proposta di un progetto pilota di Casas de Mãe-Espera resiliente. Non un modello o un prototipo, ma una soluzione che potesse fungere da punto base per ulteriori sviluppi, preservando gli elementi culturali dell’abitare e le tecniche costruttive locali.

Allineandoci al progetto governativo che dal 2009 promuove uno sviluppo della Casa de Mãe-Espera su tutto il territorio nazionale e al programma Safer Hospital di UNHabitat, supportati dal team CAM di Beira abbiamo costruito la nostra esperienza sull’analisi di 20 casi studio nelle province di Sofala e Manica, tra quelle più duramente colpite dai cicloni Idai (2019), Chalane (2020) ed Eloise (2021). Per ogni circostanza abbiamo parallelamente studiato gli ambiti più tecnici (tipologie costruttive, tratti caratteristici e patologie strutturali) e quelli più umani, parlando con decine di donne ospiti delle Casas de Mãe-Espera che, tramite brevi interviste, ci hanno aiutato a capire quali fossero le problematiche quotidiane da loro affrontate all’interno delle strutture. Ascoltare le loro storie, camminando tra i cocci di una parete crollata e le lamiere di un tetto sradicato dal vento, porta inevitabilmente a chiedersi che ruolo effettivamente si stia ricoprendo in questi contesti e quanto le nostre semplici incuranze verso l’ambiente a casa, possano riflettersi in eventi estremi dall’altra parte del mondo.

Intervista alle madri della Casa de Mãe-Espera di Muda Serração – Manica (distretto di Macate)

Progettare e costruire Casas de Mãe-Espera resilienti non vuol dire risolvere il problema della mortalità materno infantile, tema che risulta essere ancora oggi una grande sfida per i Paesi in via di Sviluppo come il Mozambico. Ad aggravare ulteriormente la situazione, nello scenario di ricostruzione post emergenza climatica questa struttura viene considerata come l’intervento di minor rilevanza, in particolar modo nelle aree più isolate, dove invece la sua presenza risulta fondamentale per la salute delle donne delle comunità rurali.

Consapevoli dunque che l’architettura non è il fine ma solo uno strumento, non il solo-non il primo, per promuovere uno sviluppo sostenibile delle comunità locali e sensibilizzare le parti più estranee alla tematica, abbiamo affrontato il progetto della Casa de Mãe-Espera ragionando sulle atmosfere dei singoli padiglioni, pensando allo spazio per le madri tenendo in considerazione i loro pancioni, il peso, le abitudini giornaliere. La scelta dei materiali è ricaduta su elementi a loro familiari, in stretto rapporto cromatico con le tonalità che colorano i paesaggi delle loro case. La sabbia e la terra, presenti nel suolo, negli edifici, nella polvere alzata dai venti sono indubbiamente gli elementi predominanti del territorio africano, uno di quei luoghi al quale ci si può ancora riferire con il termine naturale, in opposizione all’ambiente dei paesi occidentali che è ormai totalmente antropizzato. Ad un suolo completamente disegnato e cementificato, in Mozambico si oppone l’esclusiva azione della natura.

Strada per Zembe, Manica (distretto di Macate)

In conclusione, per confrontarsi con le infinite superfici orizzontali della campagna ed affrontare il tema della mortalità materno infantile, l’architettura da noi immaginata dovrebbe costruire degli “interni” capaci di misurarsi con i gesti e i comportamenti umani. Il promuovere una Casa de Mãe-Espera “scandalosamente bella” (Gino Strada) e degna all’interno delle strutture sanitarie, (solitamente il luogo in cui le persone, in particolare le donne, sono più vulnerabili) porterà più donne a fidarsi di un sistema a loro estraneo, a sentirsi assistite e protette. La crescita di un supporto concreto anche in campagna contribuirà a rallentare il flusso di migranti verso le città ormai sature. E lo sviluppo delle tecniche costruttive all’interno delle varie comunità condurrà infine al moltiplicarsi di spazi consapevoli, che abbiano senso per chi li abita.

Testo e foto di Massimiliano Piffer e Tatiana Levitskaya.

Per consultare il testo integrale, vi lasciamo i riferimenti con i lavori sui loro portali ISSUU:

Bem-vinda de volta Ada!

Bem-vinda de volta Ada!

Ada Castellucci, già conosciuta dagli amici del CAM grazie alla sua esperienza come tesista a Beira e il profilo Instagram “tesistepercaso” gestito insieme a Valentina Caminati, è tornata in Mozambico per un tirocinio post-laurea e ci racconta della sua esperienza.

Nel trimestre marzo-maggio del 2021 sono stata per la prima volta in Mozambico, principalmente a Beira, per analizzare la gestione del rifiuto sanitario della città e provare a fare delle proposte interessanti da inserire nella mia tesi di laurea magistrale. Dopo circa un mese ho capito fino in fondo che forse era riduttivo per me pensare di essere lì solo per scrivere una buona tesi e raccontare storie interessanti con il profilo delle tesiste per caso. Più cose scoprivo relative al contesto mozambicano e alla gestione dei rifiuti, più mi rendevo finalmente conto, dopo vari corsi teorici, di quanto si allarghi la filiera e, di conseguenza, di quanto mi sarebbe piaciuto tornare a Beira per approfondire ulteriormente. In parallelo, in particolare grazie alle visite sul campo di alcuni progetti presenti e passati del CAM e alle riunioni d’equipe dell’ufficio del lunedì mattina, ho potuto conoscere e apprezzare sempre più l’operato del CAM.

Sono quindi rientrata in Italia e ho anticipato la presunta data di laurea da ottobre a luglio per riuscire a ripartire per altri tre mesi prima del nuovo anno. Con gli ultimi esami e la tesi da concludere non è stato molto semplice, ma mia madre sta ancora ringraziando il CAM per avermi fatta laureare rapidamente, e io per avermi fatta ripartire.

Questo mio secondo periodo a Beira è durato due mesi e mezzo e si è configurato come tirocinio post-laurea, un percorso offerto dall’Università di Trento grazie ad una borsa di studio. Prima della mia partenza abbiamo fissato i miei obiettivi più prossimi principalmente per quanto riguarda i due progetti sulla gestione dei rifiuti in cui il CAM è coinvolto: il progetto Limpamos Moçambique e il progetto SIRSU. Ho seguito una formazione di tre giorni a Rimini nell’azienda partner del progetto SIRSU, Newster Group, per poter facilitare l’installazione della sterilizzatrice per il trattamento dei rifiuti ospedalieri di tutta la città, su cui si incentrava principalmente la mia tesi di laurea. 

Arrivata a Beira il pomeriggio del 7 ottobre non ho avuto tempo nemmeno di aprire le valige che subito c’è stata una riunione per la sterilizzatrice che non volevo assolutamente perdere, nonostante sul finale le 19 ore di volo si facessero sentire. 

La valutazione e la supervisione degli ultimi avanzamenti del cantiere dell’edificio che ospita la sterilizzatrice si sono rivelate una bella sfida per me. Da un lato c’era il nostro partner italiano, un’azienda che richiedeva determinati parametri tecnici per l’installazione della macchina lasciandone alcuni a nostro piacere. Dall’altro lato c’era un’impresa edile mozambicana priva di una panoramica chiara dei lavori necessari per un macchinario che per la prima volta entrava in Mozambico. In mezzo io, giovane neolaureata senza esperienza e con un portoghese molto poco tecnico, affiancata fortunatamente da validi collaboratori mozambicani del CAM. Ricordo la gioia che provavo ogni giorno nell’entrare all’Hospital Central di Beira dopo un anno di studio tra l’Italia e il Mozambico e una tesi di laurea magistrale e vedere quella casetta gialla della sterilizzatrice davanti al vecchio inceneritore che piano piano veniva terminata. E che belle soddisfazioni ho avuto in quell’ospedale! Interagire sempre di più con chi ci lavora e con i collaboratori mozambicani del CAM mi ha permesso di sentirmi parte di un buon lavoro di squadra, apprezzato anche durante una visita dell’Agenzia Italiana della Cooperazione allo Sviluppo, finanziatore del progetto.

Non solo in ospedale, ma anche negli uffici del CAM il lavoro di squadra prendeva sempre più forma. A differenza del primo periodo a Beira come tesista, in questa seconda esperienza è stato possibile per me entrare maggiormente in contatto tanto con i progetti del CAM quanto con il mondo del lavoro a Beira. Con una migliore conoscenza del portoghese ho potuto innanzitutto comunicare di più con i colleghi, i collaboratori e i diversi partners dei progetti.

Oltre alle divertenti pause pranzo con i colleghi mangiando l’ottimo cibo di donna Marta (una cuoca da cui un collega procura spesso il pranzo per tutti), in particolare nell’ultimo mese ho apprezzato moltissimo la disponibilità di tutto il team del progetto Limpamos nell’aiutarmi con la realizzazione di interviste in sette Centri di Salute della città. L’obiettivo delle interviste era quello di capire e vedere come viene gestito il rifiuto e raccogliere dati per stimarne le quantità prodotte giornalmente.

La situazione a Beira è critica per quanto riguarda la gestione dei rifiuti, senza eccezioni per quelli di tipo ospedaliero. Non è stato sempre facile vedere alcuni Centri di salute scavare buche in cui bruciano tutto e sentirsi raccontare che spesso i cumuli di rifiuto pericoloso sono un’attrattiva per i bambini del quartiere, non avendo una recinzione perché spazzata via da cicloni o rubata.

Le due settimane di missione da Trento di Paola Bresciani, Sofia Rinaldi e Carlo Realis sono state un altro piacevole momento di grande fermento e scambio. Per quanto riguarda le tematiche legate alla gestione del rifiuto urbano, è stato molto interessante avere un confronto diretto con l’esperienza di Carlo in Dolomiti Ambiente, soprattutto su tutta l’evoluzione del sistema di raccolta, trasporto e smaltimento che lui stesso ha vissuto in Trentino e sulla necessità di un rinforzo della parte gestionale a monte dei possibili servizi. Con Paola e Sofia ho potuto capire maggiormente cosa c’è dietro un progetto e come lavora la loro parte di ufficio CAM a Trento, oltre a scoprire due piacevolissime coinquiline.

Infine, l’arrivo di Susanna Ottaviani, ultima tesistapercaso del CAM, e l’assisterla nella prima ambientazione e nella ricerca di dati mi ha motivata molto, ricordandomi sia quante cose mi ha insegnato la mia precedente esperienza, sia che questa collaborazione tra l’Università e il CAM è qualcosa che continua ad arricchire molto e molti.

Non mi resta quindi che fare tesoro di questa collaborazione, ringraziare tutti e salutare il Mozambico: non è un addio, è solo un até já!

Foto e testo di Ada Castellucci.

Così vicine così lontane

Così vicine così lontane

La nostra rappresentante Paese, Marica Maramieri, ha partecipato al programma radiofonico Expat di Rai Radio3, che settimanalmente raccoglie le voci e le storie di italiani che hanno scelto di vivere altrove. Nella puntata andata in onda sabato 13 novembre si è parlato della sua amicizia con Laura e di come questa riesca a proseguire negli anni nonostante la lontananza.

Laura e Marica si conoscono a Perugia, ai tempi dell’università. Partono insieme per un anno di Erasmus a Santiago de Compostela. Poi le loro strade si separano: Laura va a fare la sua tesi di laurea sui migranti a Tenerife e poi parte per l’America Latina. Marica, dopo un periodo a Bruxelles, parte per un viaggio in Africa. A migliaia di chilometri di distanza, la loro amicizia rimane forte, e quando Laura decide di tornare in Italia, ne discute con Marica, che decide di rimanere all’estero. Con Laura Ruggiero e Marica Maramieri

Da raiplayradio.it

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