Il mercato Maquinino, il cuore pulsante di Beira

Il mercato Maquinino, il cuore pulsante di Beira

Il Mercato Maquinino è uno dei luoghi protagonisti degli interventi di riqualificazione nell’ambito della Gestione dei Rifiuti Solidi Urbani del CAM a Beira. E’ anche uno dei luoghi preferiti di Paolo Ghisu – ex rappresentante di Paese della nostra organizzazione e oggi volontario –  che durante il suo tempo libero a Beira vi ha dedicato delle riflessioni e degli scatti. Li riportiamo di seguito.

Maquinino è il più grande mercato alimentare di Beira, e si trova nel suo centro commerciale. Oggi, ci sono circa 4000 venditori nella zona, ma prima della crisi covid-19 c’erano solo 2400 venditori ufficiali. Negli ultimi mesi, molte persone hanno perso il lavoro e ora cercano di guadagnarsi da vivere nel mercato. Tuttavia, questi numeri sono solo un’approssimazione, poiché ci sono migliaia di persone che vanno lì ogni giorno in cerca di un lavoro quotidiano. Per rendere le cose più complicate, l’infrastruttura del mercato è molto precaria ed è stata gravemente danneggiata dai cicloni degli ultimi due anni (Idai nel 2019, Chalane alla fine di dicembre del 2020, e Eloise nel gennaio 2021), e in molte delle sezioni manca il tetto.

Nel Mercato Maquinino vengono prodotti circa 35-40 M3 di rifiuti al giorno, l’85% dei quali è organico. Migliorare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti attraverso la formazione, la disponibilità di migliori attrezzature, la sensibilizzazione dei venditori del mercato e dei clienti è uno degli obiettivi di LIMPAMOZ, un progetto attuato da CAM e Progettomondo con il sostegno di Agenzia Italia per la Cooperazione allo Sviluppo. Un primo passo importante che porterà alla creazione di un centro di compostaggio in città che produrrà compost di alta qualità dai rifiuti organici generati nei mercati, ristoranti, ecc. Questa è una delle varie attività destinate a rendere Beira una città più pulita, più bella e più sostenibile.

Profilo Instagram di Paolo Ghisu per ulteriori immagini e parole sul Mozambico

“Esperar” in Mozambico

“Esperar” in Mozambico

Testimonianza di Massimiliano e Tatiana, in Mozambico per il loro progetto di ricerca, che ci raccontano impressioni, esperienze e spaccati di vita quotidiana dopo due mesi dal loro arrivo.

“Il Mozambico è una terra piena di fascino, di sorprese e di attesa.

Siamo arrivati qui, due mesi fa, con l’intenzione di parlare di resilienza, per applicarla nella ricostruzione dei centri di salute e raccontarla alla comunità. Oggi, seduti nell’ufficio di Beira o in missione nei distretti rurali della provincia, il Mozambico ci mostra la sua versione di resilienza. La straordinaria capacità delle persone di sorriderti sempre, di chiederti se hai bisogno di qualcosa e il saluto di chiunque subito seguito dalla domanda “como està?”. Le case in pao-a-piqué, i bairros informali in espansione, le baracche a bordo strada che vendono frutta, copertoni e saponette. Il tempo è dilatato. Si aspetta molto e sempre, dall’ordine in un bar ad una carta dal ministero della salute. Si aspetta l’ultimo minuto per aggiustare qualcosa, per risolvere un problema, spesso anche per agire. Nonostante ciò, nella vita di tutti i giorni la povertà e le ferite lasciate dalle innumerevoli catastrofi che hanno colpito i mozambicani, si spalleggiano alla naturale spinta a rialzarsi, a ri-adattarsi e a continuare.

Le case de mãe-espera

Dopo lunghe attese e innumerevoli cambi di programma anche la nostra ricerca si è delineata con resilienza. Il lavoro sui centri di salute si è focalizzato sulla caratteristica casa de mãe-espera, una struttura indispensabile nelle aree rurali per avvicinare le mamme in dolce attesa ai centri di salute, dove esperar (aspettare) in compagnia di altre mamme più esperte, un luogo in cui le cure di una levatrice permettono di partorire in sicurezza.

Il sistema delle case de mãe-espera è molto recente (2009), nato dalla necessità delle famiglie di salvaguardare il delicato momento del parto e ridurre la mortalità materno-infantile. Un contesto che purtroppo ancora ad oggi non dispone di linee guida precise, né dal punto di vista architettonico né da quello politico, in aggiunta ad una drastica mancanza di risorse economiche e numerose barriere culturali. La maggior parte di queste strutture vengono costruite con materiali tradizionali, localmente reperibili ed estremamente fragili nei confronti delle condizioni climatiche del paese, che stanno drasticamente cambiando negli ultimi anni. Tetti scoperti, camere costipate, ambienti surriscaldati e soffitti cadenti: sono le caratteristiche delle case de mãe-espera non solo della provincia di Sofala.

Abbiamo parlato con più di 30 mamme, chine sulle braci arrangiate a terra a mescolare le papinhas (acqua, farina e zucchero), sedute per terra sulla dibonde (espressione in dialetto ndau per dire “stuoie”) con i loro grossi pancioni all’ottavo o al nono mese. Mamme che non sanno cos’è l’architettura, che non ne conoscono i benefici e le bellezze perché intente ogni giorno a coltivare la terra per sopravvivere e nutrire le numerose famiglie, curare la casa, camminare per chilometri per procurarsi l’acqua. Per alcune la casa de mãe-espera dei centri di salute è un lusso. Un tetto sopra la testa e un pozzo a 3 metri dalla veranda dove prendere acqua per cucinare e per lavare le capulane non sempre sono presenti nel loro quotidiano. Negli sguardi delle donne immortalate nelle nostre foto si leggono mille domande, si chiedono chi siamo, cosa vogliamo, perché siamo lì. C’è tanta timidezza, sorridono voltandosi e coprendosi i volti quando, con il nostro portoghese sbilenco, le salutiamo e chiediamo di raccontarci la loro storia. La curiosità è tanta ma la disparità tra le nostre scarpe e le loro ciabattine infradito creano una grande barriera che in così pochi mesi è difficile abbattere.

Ad ogni visita echeggia la più grande domanda della nostra esperienza qui in Mozambico: cos’è quindi l’architettura in Africa? Un eco dello stile coloniale modernizzato in linea con le antiche ville della città di Beira o una struttura minimale, puramente funzionale, che costruita con lo stretto necessario possa garantire l’indispensabile per sopravvivere?

Siamo qui con l’aiuto del CAM e in collaborazione con UNHABITAT per cercare l’inizio alle risposte a questa e a tante altre domande. Volevamo applicare la resilienza a questo fragile paese ma ora è il Mozambico ad insegnarci il suo vero significato.

 

Tre mesi in Mozambico

Tre mesi in Mozambico bastano per iniziare a blaterare il portoghese e qualche parolina in Ndau e Sena, provare la matapa, la xima e il pesce cucinato in tutti i modi possibili. Impari a muoverti in chopela, ad andare al mercato. In tre mesi puoi visitare Vilankulo e Ilha de Mozambique, fare un pranzo alla Lagoa, visitare il Parco di Gorongosa, macinare chilometri sulla spiaggia fino al villaggio dei pescatori. Puoi conoscere tante realtà che operano sul territorio mozambicano, associazioni, cooperanti internazionali e locali. Impari a leggere gli sguardi e le parole nascoste dietro le mascherine, a conoscere i tuoi colleghi e gli amici delle birrette al Biques. Impari la filosofia mozambicana del deixa ir, del lasciare andare, del non preoccuparti troppo (e non è sempre un bene).

Ma tre mesi non sono sufficienti per capire il Mozambico e la sua complessa mutevolezza, non bastano per avvicinarti veramente alle persone, conoscere le loro tradizioni, le molteplici realtà che circondano ogni famiglia, ogni quartiere, ogni paesaggio.

Se volete capire il Mozambico tre mesi non bastano. Ma per rimanerne affascinati sicuramente basta anche molto meno!

Max e Tati

max e tati

Mozambico, l’ex vescovo di Pemba: “Minacce di morte dal governo”.

Mozambico, l’ex vescovo di Pemba: “Minacce di morte dal governo”.

Riportiamo di seguito un’intervista de La Repubblica all’ ex vescovo di Pemba – Luiz Fernando Lisboa, il quale ha lasciato il Mozambico lo scorso febbraio in seguito alla ricezione di ripetute minacce per il suo impegno socio-politico a Capo Delgado.

Mozambico, l’ex vescovo di Pemba: “Minacce di morte dal governo. Sono anni che lanciamo appelli a Maputo. Inutilmente” di Raffaella Scuderi

 

Luiz Fernando Lisboa ha vissuto in Mozambico per vent’anni, di cui 8 da vescovo nella regione di Cabo Delgado, diocesi di Pemba. Brasiliano, 65 anni e senza paura. C’è voluto papa Francesco per convincerlo ad andarsene dal Mozambico, a febbraio di quest’anno. Le minacce di morte stavano diventando troppe. Dal 2017, anno del primo attacco importante al Nord degli estremisti mozambicani, Lisboa non ha mai smesso di parlare. Ha dato voce alla gente della sua diocesi, più povera dei già poveri mozambicani, denunciando l’inizio di una guerra che se fosse rimasta inascoltata da Maputo, avrebbe messo in ginocchio una regione intera del Paese. Lo chiamano “la voce del popolo”, e aveva ragione. L’attacco alla città di Palma il 24 marzo, con decine di morti, fosse comuni, teste decapitate e migliaia di dispersi e sfollati, ne è la dimostrazione.

-Monsignore, chi la minacciava? Gli estremisti?

No. Il governo. Ho ricevuto prima minacce di espulsione, poi di sequestro dei documenti, e alla fine di morte”.

-Come fa a essere sicuro che fosse il governo?

“Maputo ha negato la guerra fin dall’inizio. Quando il conflitto e il pericolo sono diventati evidenti, ha proibito che se ne parlasse. Ha impedito ai giornalisti di fare il loro lavoro. Un reporter è scomparso da aprile dell’anno scorso. Lavorava per una radio comunitaria e parlava della guerra. Nel suo ultimo messaggio diceva che era stato circondato dalla polizia. La Chiesa era la unica che parlava della situazione. E al governo non andava bene. Soprattutto non tollerava che uscissero le notizie dallo Stato. Orgoglio nazionale, business, Quando un anno fa la conferenza episcopale, in un documento, condannò quello che stava accadendo, le autorità hanno reagito male iniziando a gettarmi fango addosso”.

-Perché Maputo minimizza la presenza dell’estremismo?

“Non vogliono che si parli male del Paese. Noi ci siamo appellati perché il governo chiedesse aiuto alla comunità internazionale. Da solo non ce la fa. E lo stiamo vedendo. Il nostro appello è arrivato al Parlamento europeo, e due commissioni mi hanno chiesto di esporre la situazione”.

-Cosa le ha detto il Papa?

“Dopo la visita in Mozambico papa Francesco ha sempre seguito la situazione di Cabo Delgado. Ad agosto dell’anno scorso mi ha chiamato per dirmi che ci stava molto vicino, che pregava per noi e che voleva darci la benedizione. Grazie al suo intervento la guerra si è internazionalizzata. Dopo le sue parole molta gente ha iniziato a interessarsi alla guerra. A dicembre ha donato 100 mila euro per la costruzione di ospedali e per gli sfollati”.

Lo ha risentito dopo le minacce di morte?

Il 18 dicembre l’ho incontrato in Vaticano. Voleva sapere com’era la situazione. Evidentemente aveva più informazioni di me. Sapeva che correvo dei rischi e mi ha proposto di trasferirmi in Brasile”.

Cosa sta succedendo a Cabo Delgado?

“Risorse, multinazionali e guerre. Tre cose che trovi sempre insieme. La situazione sta peggiorando velocemente. Sono in contatto con tanta gente della diocesi di Pemba e di Palma (luogo dell’attacco del 24 marzo, ndr). Molte persone sono ancora nascoste nella boscaglia. Altre sono riuscite ad arrivare in un’altra città, Nangade. Ci sono tanti vecchi, bambini e gente che non sa come sopravvivere. Mi hanno detto che gli elicotteri dei contractor hanno lanciato bombe colpendo terroristi, ma anche civili”.

-Ha vissuto tanti anni in Mozambico. Dove nasce questa violenza estremista?

“Il Mozambico è uno dei 10 Paesi più poveri del mondo. E la regione del Nord è la più povera. Nell’ultimo anno ho assistito a un’inversione della politica pubblica, non più preoccupata per la popolazione: salute, educazione. Gente povera, senza lavoro, malata e analfabeta. I giovani non hanno un futuro perché non possono studiare: non c’è la scuola secondaria. Una provincia povera e abbandonata, anche se ricca. La situazione ideale per la guerra: povertà, molte risorse e questioni etniche. Tutti elementi importanti per un conflitto”.

-Lei cosa ha fatto?

“Diversi anni fa abbiamo avvisato il governo locale e centrale che c’erano dei gruppi che mancavano di rispetto ai leader musulmani. Il governo non ha prestato la dovuta attenzione. E questi individui sono cresciuti diventando sempre più forti. Fino alla rivolta del 2017”.

Che siano o no sponsorizzati dall’Isis, rimane un mistero. Analisti sostengono che la rivendicazione del Califfato sia un fake. Qual è la sua opinione?

“Gli estremisti usano il nome dello stato islamico. Ma questa non è una guerra religiosa. Se lo fosse stata ci avrebbero attaccato. Ma loro assaltano tutti, e distruggono sia chiese che moschee. Uccidono leader cristiani e musulmani. Questa è una guerra economica per appropriarsi delle risorse naturali: gas liquido, oro, rubini, pietre semipreziose. Al momento ci sono più di 700 mila sfollati e più di 2 mila morti”.

-Come vive la popolazione? C’è chi dice che non abbiano fatto resistenza all’assalto.

C’è una totale mancanza di rispetto per i diritti umani. Sia da parte dei terroristi che del governo. La popolazione ha paura di entrambi. Gli estremisti hanno rubato le uniformi, le armi dell’esercito e il cibo. Si presentano come militari. Per la gente è una situazione tremenda. Vedono l’esercito e per loro sono terroristi. Le forze militari in qualche modo abusano delle persone. Ma anche i soldati sono delle vittime, perché stanno in una guerra in cui non vogliono stare”.

-Da poco hanno scoperto giacimento di gas liquido. Sono stati investiti miliardi di dollari proprio a Cabo Delgado. Ci sono i francesi, gli americani e gli italiani. Cosa comporta?

“La relazione tra le multinazionali e la regione non è buona. Il modo in cui queste grandi imprese fanno le cose, non va bene. Ci sono leggi che ti dicono come compiere dei passi: consultazioni con la popolazione, partecipazione alla discussione. Ma non lo fanno. E la popolazione deve lasciare le sue terre. Questo crea discontento”.

-Non ha mai avuto paura?

“No. Non ho mai smesso di parlare. La Chiesa è la voce di chi non ha voce. Come potevo stare zitto?”

-Le manca il Mozambico?

“Sarei rimasto. Mi manca tanto. Tutti i giorni chiedo informazioni e sento amici e missionari. E anche da qui cerco sempre di capire come aiutare quel Paese. Ho chiesto a tutti i missionari e le missionarie della regione, di andare via subito da Palma”.

Cosa porta nel cuore di quei 20 anni?

“La cosa più bella è stata vedere quella gente così povera accogliere altri poveri nelle loro case. Si prendevano anche due o tre famiglie, non avendo quasi nulla, né spazio, né cibo. Questo non lo dimenticherò mai. Sono un esempio di umana condivisione”.

Nália das Dores, un’artista Mozambicana formatasi a Trento

Nália das Dores, un’artista Mozambicana formatasi a Trento

Chi è Nália das Dores

Nália das Dores è un’artista Mozambicana, amica del CAM Trento, città dove ha vissuto otto anni. Ad un certo punto della sua professionalizzazione, ha deciso di dedicarsi ad una passione radicata, l’arte, trasformandola nella sua professione e modalità di espressione.

Classe ’90, ha studiato Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Trento per poi professionalizzarsi nel Marketing. Noi del CAM abbiamo avuto l’opportunità di accoglierla presso la nostra sede, dove ha tenuto corsi di portoghese e collaborato per iniziative rivolte alla promozione della cultura mozambicana.

Fin da piccola le piaceva disegnare. Disegnava abiti di moda e faceva ritratti. Tuttavia, è stata scoraggiata dall’intraprendere la carriera artistica dalla rarità delle opportunità professionali in questo ambito. Dopo aver conseguito la Laurea, è tornata in Mozambico, dove ha iniziato a lavorare stabilmente. In seguito, ha iniziato parallelamente il suo percorso nel campo dell’arte.

Il percorso artistico professionale di Nália

Ha iniziato a lavorare dapprima “su commissione”. Successivamente, ha aperto una pagina su Instagram, Liah_ art3, dove ha iniziato ad esporre le sue opere.

Molte persone hanno espresso interesse nel comprare le sue opere e l’hanno supportata nel posizionamento nel mondo dell’arte.

Nel gennaio del 2020, per la prima volta, ha esposto le sue opere in una mostra collettiva presso la galleria d’arte 16Neto, a Maputo. Per Nalia è stata una esperienza unica, che l’ha fatta sentire realizzata.

Durante la mostra ha venduto sette pezzi. Avrebbe avuto altre esposizioni nei mesi successivi, ma a causa della crisi sanitaria ha annullato i prossimi appuntamenti. Nália però non si è fermata. Ritiene che la pandemia sia stata <<un catalizzatore di opportunità>>, perciò ha continuato a produrre per tutto il periodo, lavorando alla sua esposizione “A Janela da Alma Feminina”.

MozGallery – il nuovo progetto

Nel 2020 ha fondato un nuovo progetto: MozGallery, un portale e un movimento formato da talenti mozambicani, nato con lo scopo di creare connessioni, valorizzare talenti più o meno conosciuti, stimolare e vitalizzare il panorama artistico del paese.

E non sono finite qui le novità. Il 2021 si è aperto con il Daydreamer Artshow: un evento internazionale dedicato alle presentazione delle sue opere, che si è tenuto sabato 27 marzo a Maboneng, nel Sud Africa.

Il soggetto e il significato delle sue opere

Per Nália, dipingere significa entrare in un’altra dimensione, all’interno della quale si immerge profondamente, dimenticandosi del tempo che scorre.

La sua fonte di ispirazione sono le persone espressive. In modo particolare, le donne mozambicane sono il soggetto della sua pittura.

Nelle sue opere, rappresenta la complessità della donna, intesa come la molteplicità delle dimensioni espressive attraverso cui una donna esprime se stessa: sensualità, fratellanza, forza, resistenza, dolore, bellezza, accettazione dell’imperfezione, leadership.

Uno degli obiettivi della pittura plastica di Nália  è infatti quello di rompere gli schemi stereotipati della donna come baluardo della perfezione e condurre la società a valorizzare il suo ruolo pilastro nella società.

Perché vi presentiamo Nália

Le opere di Nália hanno un valore artistico e sociale profondo. Perciò abbiamo voluto presentarvela in questo articolo. Ma anche perché la sua storia fa parte di un percorso di migrazione dal Mozambico al Trentino e dal Trentino al Mozambico, che ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione di un talento giovanile. Questo per sostenere che, le migrazioni non sono una piaga da combattere, bensì una fonte di ricchezza per le persone che si spostano e i territori che le accolgono. 

Un grande in bocca al lupo a Nália!

 

Desculpe, nao falo muito portugues

Desculpe, nao falo muito portugues

Pubblichiamo la testimonianza, fresca e coinvolgente, che ci arriva dalle studentesse Ada Castellucci e Valentina Caminati, da poco arrivate a Beira per lavorare alle loro tesi di laurea. Potete inoltre seguire il loro divertente “Instagram blog” Tesiste per Caso.

O que você acha da Beira?” “Desculpe, nao falo muito portugues”

Solo oggi, dopo 15 giorni dal nostro arrivo qui in Mozambico, abbiamo imparato a capire e a rispondere a questa domanda, “Che ne pensi di Beira?”. E mica ancora l’abbiamo capito bene cosa ne pensiamo, 15 giorni sono pochi per farsi un’idea di una città così lontana da casa, dalle proprie tradizioni e abitudini, che ha perfino delle stelle diverse da quelle che si vedono da noi!

Sicuramente la prima impressione è forte. Il caldo quasi soffocante e l’umidità opprimente sono la primissima sensazione scendendo dall’aereo, e per un attimo quasi tolgono il fiato. La strada dall’aeroporto alla sede del CAM è la seconda grande rivelazione. Si arrivava da un Italia con il coprifuoco, che si apprestava a diventare zona rossa; potete immaginare come sia stato vedere così tante persone in giro di notte! Passiamo una prima nottata angosciante, con porte che sbattono e si aprono da sole, convinte che da un momento all’altro sarebbe entrato qualcuno a rapirci o derubarci, per poi scoprire che si trattava solo del vento della tempesta.

I giorni dopo, i primi passi nel nostro quartiere, Ponta Gea, nel cuore di una Beira illuminata da un sole caldissimo. I primi “Bom dia!”, i primi viaggi in chopela, le apecar locali di servizio taxi, i primi aperitivi in spiaggia con Marica dopo giornate di intenso lavoro, le prime gite nei mercati. Conosciamo lo staff del CAM, gentilissimo e altamente preparato per rispondere a qualsiasi nostra domanda. Si lavora bene, si trovano i momenti di svago la sera e nei weekend, si comincia a capire come muoversi da sole in città. Tutto come in un sogno che, finalmente, dopo circa sei mesi di rinvio per problemi di visto legati al Covid, si avverava. Non una cosa avrebbe potuto buttarci giù di morale, pensavamo.

Povere illuse. Iniziano da subito gli incontri ravvicinati del terzo tipo con dei mostri nella nostra cucina: le blatte. Tipico animale da compagnia africano, la blatta non fa assolutamente nulla, ma a prima vista provoca ribrezzo. I primi giorni imparare a sconfiggerle non è facile, ma piano piano impariamo a comprare l’insetticida giusto e ad armarci di “savatta” per schiacciarle. Dopo 4 giorni, il Wi-Fi decide di non andare più e ci accorgiamo – sventurate – che i documenti sul Drive hanno anche dei difetti: richiedono rete. Un sabato più caldo del solito ci sorprende particolarmente, e al Wi-Fi non funzionante si aggiungono la corrente e l’acqua. Il caldo è soffocante e la doccia non funziona. “Perché siamo qui Vale, perché? Chi ce l’ha fatto fare?”

Già, perché siamo qui? Studiando la situazione della gestione dei rifiuti in contesti a basso reddito, nel corso offerto dal professor Ragazzi dell’Università di Trento abbiamo scelto di trattare questa tematica per la nostra tesi di laurea magistrale in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, e così abbiamo preso contatti con Isacco Rama, direttore del CAM. Siamo quindi venute a conoscenza dell’interessante programma chiamato LIMPAMOZ (Limpamos Mozambique, puliamo il Mozambico) del CAM a Beira il quale tratta, tra le altre, due tematiche che subito ci hanno affascinato. Il programma è promosso con Progettomondo e l’amministrazione del municipio di Beira. E’ così che è cominciata la nostra avventura a fine luglio 2020, con una serie di chiamate Skype con Isacco, per decidere bene come e dove inserirci.

Nel frattempo, entriamo a far parte del programma TALETE, Honours Programme dell’Università di Trento, che ha supportato il nostro progetto di ricerca all’estero fin dall’inizio e ci sostiene in questa esperienza!

Ada si occuperà della gestione dei rifiuti solidi ospedalieri del Centro de Saude de Ponta-Gea, un piccolo ospedale di fronte alla sede del CAM. L’obiettivo del suo lavoro è quello di migliorare il sistema di raccolta differenziata esistente dell’ospedale, anche in previsione dell’arrivo di un nuovo macchinario per lo smaltimento finale del rifiuto. È in spedizione, infatti, una sterilizzatrice meccanica dell’azienda Newster, che alleggerirà il carico dell’inceneritore dell’Hospital Central da Beira, impianto, quest’ultimo, che rappresenta tutto ciò che un ingegnere ambientale non vorrebbe mai vedere nella sua carriera.

Valentina si occuperà invece della gestione dei rifiuti organici provenienti in particolare dal settore della ristorazione e da due grandi e importanti mercati della città: il Mercado de Maquinino e il Mercado de Goto. Il CAM ha un progetto riguardante un centro di compostaggio per il trattamento del rifiuto organico del mercato di Maquinino, già dimensionato ma ancora da realizzare. Vale penserà ad un’eventuale amplificazione della matrice in ingresso, aggiungendo l’organico di Goto e dei locali addetti alla ristorazione, a cui vorrebbe somministrare questionari per capire le loro opinioni sul progetto.

Queste sono le nostre motivazioni, questo è quello che ad ogni goccia di sudore ci spinge ad uscire per fare foto ad immense casse di rifiuto putrescente, che ad ogni blatta ci fa pensare a quella storiella del battito d’ali di una farfalla, che anche un piccolo cambiamento ne innesta tanti a catena, che ogni volta che salta internet che ricorda che c’è bisogno di uscire e sporcarsi le mani, se davvero vogliamo lasciare questo mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato.

Boa sorte para nós!

Il mare si sta alzando, il clima sta cambiando: le lezioni apprese dal terribile ciclone Idai in Mozambico

Il mare si sta alzando, il clima sta cambiando: le lezioni apprese dal terribile ciclone Idai in Mozambico

** Il racconto che segue è stato tradotto da un articolo di Sally Williams del giornale The Guardian **

** anche le immagini sono tratte dallo stesso articolo**


L’albero aveva retto al centro del quartiere per quasi 100 anni. Era stato piantato dal padre di Alfolso Reis, prima che costui nascesse. Il padre aveva lavorato come autista e “amava gli alberi”, dice Reis, che adesso ha 70 anni.  Le persone erano solite mangiare gli amari frutti rossi dell’albero e, recentemente, lo stesso aveva iniziato a fornire ombra agli ambulanti dell’affollato mercato della città di Beira, una delle più grandi città del Mozambico. “Mi piaceva sedermi sotto i suoi rami” dice Fina, di 21 anni, che vende pomodori, cocomeri, cipolle e aglio per le vie caotiche della città. Altri ambulanti vendono banane, arance o vestiti di seconda mano.

Si aveva la sensazione che la vita potesse cambiare ma che gli alberi sarebbero rimasti costanti nel tempo. Poi qualcosa di strano è accaduto. Circa alle 14 del 14 marzo del 2019, l’albero improvvisamente si schiantò a terra. Nessun ferito ma le persone sono state colte di sorpresa. “C’era solo un leggero vento” disse Fina. “Chi avrebbe mai pensato che un albero di quella taglia sarebbe caduto così?

Sette ore dopo, il più terribile ciclone della storia dell’Africa del sud ha colpito il Mozambico, avanzando nell’entroterra prima di proseguire per lo Zimbabwe e il Malawi. Il ciclone Idai ha ucciso più di 1000 persone e ha devastato Beira, una crescente città portuale di 500.000 persone, costruita su un delta che sfocia nel Canale del Mozambico, sulla costa est dell’Africa. In un primo momento si è alzato il vento con raffiche che hanno raggiunto i 200 km all’ora, abbastanza fortI da far volare via tetti, piatti, sedie, gatti e cani e aerei. La puzza degli animali putrefatti scagliati sugli alberi è aleggiata per giorni.

Poi sono arrivati giorni di forte piogge e, infine, l’alluvione. Beira è situata alla foce di due grandi fiumi, il Buzi e il Pungwe; entrambi hanno straripato, sommergendo i villaggi circostanti, intrappolando le persone sui tetti e creando un nuovo lago grande quanto il Lussemburgo. Centinaia di alberi sono stati sradicati e almeno il 70% delle costruzioni urbane sono state severamente danneggiate, molte di cui hanno perso i tetti; 6 scuole e 60 chiese sono state totalmente distrutte. Le strade sono diventate inaccessibili e l’aeroporto è stato chiuso. I supermercati hanno rapidamente finito il cibo. Il pane e l’acqua sono stati razionati. Più di 146.000 persone hanno perso le loro case nelle quattro province più colpite.

Quasi due anni dopo, il Mozambico sta cercando di ricostituire. Ma stiamo vivendo un periodo in cui i disastri naturali aumentano: estrema siccità, inondazioni epiche, incendi apocalittici. Vedremo sempre più frequentemente catastrofi, come Idai, colpire stati che potrebbero non essere pronti ad affrontarli? Quanta colpa ha il clima? Cosa possono fare gli stati benestanti per aiutare i paesi più vulnerabili?

Ho incontrato Rita Chiramswuana, di 51 anni e Fatima Vasco Limo, di 45 anni, a febbraio, 11 mesi dopo il ciclone, in un’umida tenda del campo di Ndedja, che ospita 2.355 persone in 471 abitazioni ed è a due ore da Beira. Contadine di John Segredo, un vicino villaggio di 200 persone, hanno 16 bambini, incluso Zacaria, di 11 anni, adottato da Chiramswuana cinque anni fa, dopo che la madre prima, ed il padre poi, sono morti.

Chiramswuana è viva, con uno spirito scintillante. Le piacciono i gioielli, porta uno smalto blu e indossa un cappello da pescatore lavorato all’uncinetto. Vasco Limo è più tranquilla, più serena. Sono amiche da anni. “La nostra amicizia è così”. Chiramswuana dice, tenendo alzato l’indice. “Lei è il dito ed io l’unghia”.

Chiramswuana, suo marito e i nove bambini vivevano in un due piccole case nel villaggio. Vasco Limo e la sua famiglia avevano una sistemazione simile. Coltivavano il proprio cibo – cavolo, anacardi, mais, fagioli – avevano accesso all’acqua corrente nei dintorni e facevano abbastanza soldi da mandare i bambini a scuola (l’educazione è gratis fino al 10° grado, quando i bambini hanno 15 anni, ma i genitori pagano per i libri dal 8° grado). Potevano anche permettersi di comprare cose per la casa: sedie di plastica, padelle, forchette. Chiramswuana ha 20 anatre e 30 polli; Vasco Limo invece ha 15 polli e due capre, un segno di status elevato nel villaggio. Entrambi sognavano di avere una “vera casa” – di mattoni piuttosto che di fango e paglia – e una torcia. “E’ buio di notte. Ci sono serpenti e senza la luce non si vedono” dice Chiramswuana. Tutto sommato però erano soddisfatte.

C’erano già state tempeste nel villaggio, con forti venti e piogge intense; quando Vasco Limo ha sentito i vicini parlare del ciclone, ha pensato che potesse essere qualcosa di simile (il governo ha avvertito la popolazione tramite la radio ma lei non ne aveva una). Alle 6 di pomeriggio ha cucinato patate dolci e altre verdure per la sua famiglia. Quando il ciclone è iniziato alle 8 di sera, lei in casa con suo marito e i suoi figli più piccoli, di 10, 14 e 4 anni (gli altri erano in una casa vicina). C’erano anche le galline e le capre con lei.

Alle 21, il boato si è fatto sempre più forte. C’è stato un gran colpo. Il tetto è volato via, racconta. Sono stati tutta la notte seduti, con la casa aperta, senza un tetto. “Era molto buio. Ho abbracciato i miei figli a me”. Fuori era grigio e ha iniziato a piovere. Il vento era come un forte ventilatore, dice. “Drrrrrrr”. Altri raccontano che è stato come se il ciclone stesse salendo attraverso dal sottosuolo. Circa alle cinque del mattino, il vento si è fermato e Vasco Limo è andata fuori. “Vedevo case distrutte e persone morte”. Tra loro c’era Anna, una vicina di casa di 60 anni. “Poi ho sentito persone gridare ‘SocorroSocorro! Aiuto! Aiuto!’. Mio marito ha corso per vedere quale fosse il problema. Ha visto un enorme ammasso di acqua – un’inondazione – ed è ritornato indietro correndo. 

Vasco Limo e la sua famiglia sono riusciti a scappare dall’inondazione; hanno raggiunto la parte più elevata del villaggio, oltre la marea, prima che il villaggio si allagasse. Chiramswuana non ne ha avuto la possibilità. “Le persone cercavano di scappare ma la marea arrivava molto velocemente, era molto potente”, dice. Con l’acqua già fin sopra la vita, “l’unica cosa che si poteva fare era arrampicarsi su un albero” – Una persona saliva e poi tirava su le altre; le persone venivano passate da una all’altra”. Chiramswuana è stata l’ultima a uscire dall’acqua: lei e la sua famiglia sono rimasti su un albero di mango per 24 ore, con forti piogge, senza cibo, ma troppo scioccati per aver fame. Chiramswuana è rimasta seduta silenziosamente su un ramo con la figlia di otto anni sul grembo, un braccio attorno al tronco, e l’altro attorno alla figlia, cercando di non guardare la strage che si vedeva passare sotto l’albero. “Maiali, capre, galline e polli, casse, altoparlanti, DVD – anche persone spazzate via dall’acqua”.  Suo fratello ed il figlio più piccolo di cinque anni hanno trovato rifugio su un albero differente, che è stato sradicato. Il suo corpo è stato trovato coperto di sabbia due giorni dopo: il corpo del piccolo era a quattrocento metri dal suo. Quando Chiramswuana e Fatima si sono viste al campo quattro giorni dopo, si sono date un intenso abbraccio. Adesso Vasco Limo dice dell’albero di mango: “Questo è il mio Dio! Rendo grazie”.

Ma il loro villaggio è scomparso e non possono più tornare a casa. Vivono grazie agli aiuti umanitari in rifugi improvvisati. Hanno ricevuto dei semi ed un piccolo appezzamento di terra. Ma ci sono state forti piogge lo scorso gennaio, eventi disastrosi per persone che contavano sul loro primo racconto post-ciclone. “Le coltivazioni sono inutili” dice Vasco Limo. “Quando riuscivamo a mettere da parte dei risparmi, io e mio marito ci chiedevamo, “Cosa compriamo? un’anatra? Una gallina?” Stavo costruendo la mia vita. Non lo posso più fare. Tutto ciò che avevo è andato perso – tutto – in un battibaleno”. 

Oggi, Vasco Limo, Chiramswuana e all’incirca altre 2300 persone senza tetto vivono ancora nel campo. Devono fare la fila per gli aiuti, poiché il loro ultimo raccolto è stato un ulteriore disastro. “Il troppo caldo ha bruciato la coltivazione,” dice Ciramswuana. Ma i semi più recenti stanno crescendo bene” e ci sono mango che si possono già raccogliere.

Con il passare dei mesi, mi racconta Vasco Limo “le cose pian piano migliorano”; adesso ha i pannelli solari. Ma c’è una nuova paura: il covid-19. I tassi di contagio sono bassi in Mozambico, con circa 16.721 casi e 139 morti registrati in dicembre, ma c’è ancora poco screening, perciò è difficile sapere l’impatto reale del virus. Sebbene Ndedja sia Covid-free, c’è paura nel campo. Il ciclone ha causato 3,2 miliardi di dollari di danni, equivalenti al 22% del prodotto interno lordo nazionale o alla metà del bilancio pubblico annuale dello stato. Il governo è stato costretto a chiedere in prestito 118,2 milioni di dollari dal Fondo Monetario Internazionale per rispondere all’emergenza, aumentando il suo debito pubblico ad una rovinosa cifra di 14,78 miliardi.

Per le persone di Beira, il disastro sfida la logica. Molti sono caduti alle credenze dei loro antenati: secondo alcuni residenti il ciclone è stato creato da un dio o un demonio; i venti erano la “bestia che fischiava” e le inondazioni sono state causate da un “grande animale con sette teste”. Gli scienziati hanno una spiegazione diversa. Mentre il ruolo della crisi climatica nel ciclone Idai non è ancora pienamente compreso, gli esperti credono che ci siano legami con la crescente temperatura delle acque dell’Oceano Indiano. “Accadono sempre più frequentemente tempeste di alta intensità” dice Jennifer Fitchett, professoressa associata all’Università di Witwatersrand di Johannesburg, in Sudafrica.

Il ciclone Idai è stato seguito dal ciclone Kenneth, anche questo di categoria 4, che ha colpito il confine tra Mozambico e Tanzania sei settimane dopo (Due cicloni tropicali severi in una stagione è davvero insolito per il Canale del Mozambico). Solo la scorsa settimana, il 30 dicembre, Chalane, una potente tempesta tropicale, ha portato un’altra volta forti piogge e vento a Beira. L’occhio della tempesta è passato a nord della città, dove ha distrutto costruzioni e sollevato tetti, incluso quelli dell’Ospedale di Nhamatanda. Più di 26.000 abitazioni sono state colpite; 265 famiglie sono adesso in un alloggio temporaneo. “Non c’è assolutamente nessun dubbio sul fatto che quando c’è un ciclone tropicale (come Idai), in seguito, a causa del cambiamento climatico, le piogge sono più intense”, dice Friederike Otto, direttore dell’Istituto dei Cambiamenti Climatici, dell’Università di Oxford. “Inoltre, a causa dell’aumento del livello del mare, le risultanti inondazioni sono più frequenti rispetto a quanto sarebbero state senza cambiamenti climatici indotto dall’uomo”

Comunque, la severità dell’impatto del ciclone Idai è spiegabile meno dall’intensità della tempesta e più dal fatto che ha colpito una delle nazioni meno preparate ad affrontarla. A Beira ci sono numerose grandi ville e zone commerciali con alberature ampie lungo le strade, formalmente pianificate dai portoghesi durante l’occupazione coloniale (il Mozambico divenne indipendente nel 1975). Altrove, migliaia di persone vivono stipate insieme in abitazioni molto fragili. Il reddito medio è meno di tre dollari al giorno, a malapena sufficiente per comprare 2kg di zucchero e quattro pagnotte di pane. Il Grande Hotel, costruito nel 1955 per turisti bianchi benestanti del sud della Rhodesia (allora colonia britannica, ora indipendente, Zimbabwe) non è mai stato concluso, oggi è diventato un’enorme baraccopoli. Le persone vivono dentro di esso, dislocandosi perfino sulle scalinate a chiocciola, per avvantaggiarsi dell’ombra. Il più grande datore di lavoro in città è il porto. Aperto alla fine del 19° secolo, è un’importante punto di entrata per i beni in Mozambico e oltre. Il sud della Rhodesia fece di Beira il suo porto strategico negli anni ’30 del 900 e la sua eredità è ancora presente nei collegamenti ferroviari, stradali e nella presenza dei gasdotti. Ci sono alcuni business – finanza e microcredito – ma l’economia è largamente informale, gli uomini vanno a pesca e le donne vendono frutta, verdura e vestiti di seconda mano nei banchetti del mercato.

Daviz Simango è sindaco di Beira dal 2003. Nel 2014, si prese posizione di fronte ai donatori internazionali al lancio del Beira Master Plan per avvertire del danno causato dalla crisi climatica per una città che è appena sul livello del mare, con difese marine in decadenza e la scomparsa della cintura delle mangrovie che fornivano una protezione naturale contro le inondazioni costiere. Simango delinea un piano ambizioso per sostenere la resilienza di Beira entro il 2035, con un progetto di infrastrutture verdi che includono la piantumazione di 7.000 alberi ed il ripristino delle paludi di mangrovie. I danni causati dal ciclone stanno ora forzando Simango, il governo del Mozambico ed un entourage di esperti globali a farsi venire in mente soluzioni urgenti per quella che lui definisce “la città più vulnerabile del Mozambico”.

Ogni giorno vedo come il clima sta cambiando”. Dice Simango quando ci incontriamo. “Il mare si sta alzando e le onde sono più forti e più grandi.  Vedo come cambia la temperatura. Non è come prima”. Il ciclone Idai ha colpito proprio nel momento in cui gli stati occidentali stavano considerando di aiutare le nazioni più povere sul fronte del cambiamento climatico. Eppure alla Conferenza COP25 sul Cambiamento Climatico che si è svolta a Madrid nel dicembre 2019, i decisori politici hanno fallito nel concordare un meccanismo per le nazioni benestanti per fornire un’assistenza finanziaria. “Immagina una persona povera difronte ad un ristorante di lusso” dice Simango“Passi davanti a quella persona, entri nel ristorante e ordini del cibo. Quando hai finito di mangiare, vai fuori e dici alla persona povera, “paghi tu”.

Quando l’ho visitata, Beira aveva le sembianze di una città che aveva attraversato la guerra. Solo il 30% della città è stata ricostruita: 48 scuole sono senza tetto. “Quando piove, i bambini tornano a casa” dice Simango. “Non c’è scuola”. Il Mozambico non è andato in totale lockdown come gli altri stati, sebbene scuole, ristoranti e chiese abbiano chiuso dopo i primi casi a marzo. Oggi, lo stato sta ritornando lentamente alla vita normale. Gli abitanti di Beira sono stati più colpiti dal ciclone che dalla pandemia globale. L’ospedale centrale puzza di umido e ci sono macchie di acqua sui muri. Questo è il luogo in cui l’enormità del disastro è diventata subito evidente. I medici che già lavoravano in un sistema sotto-finanziato, hanno trattato 450 casi in tre giorni di fratture, ferite da contusione, lacerazioni da detriti, pelli buastre e dolori al petto causati da quasi annegamento. Anche adesso, l’unità intensiva neonatale è sommersa di macerie ed è inutilizzabile. “Dobbiamo prenderci cura dei bambini nell’unità pediatrica”, dice Boniface Rodrigues, un medico anziano e portavoce dell’ospedale, indicando quelle vite che potrebbero esser perse come risultato. “Stiamo facendo del nostro meglio, ma la cura neonatale non è come dovrebbe essere”. La sala operatoria è stata restaurata solo otto mesi dopo il ciclone.

Il club di vela sulla spiaggia Macuti di Beira è aperto quando lo visito, sebbene i visitatori possono sedere solo sul terrazzo e devono portarsi le proprie bevande. Il ristorante, la palestra esterna e il recinto della barca sono ancora in rovine. Netto Dezzimata, di 38 anni, una guardia di sicurezza che ha aiutato a evacuare il club dopo che il manager del ristorante ha letto degli avvertimenti sul ciclone online, racconta come è sopravvissuto quando il club è crollato attorno a lui. Ha passato la notte sotto un arco con le mani chiuse attorno ad un pilastro “Non riuscivo a vedere dove finiva il mare e dove iniziava la terra – tutto quello che vedevo era acqua – ma in quanto guardia di sicurezza, dovevo mantenere la mia posizione”.

The Golden Peacock, invece, è immacolato. Conosciuto anche come Chinatown, questo complesso recintato vicino l’aeroporto include un hotel a cinque stelle (con un ristorante cinese, una spa e un casino), case in affitto, negozi e un parco divertimenti per bambini. I pavoni – che si ritengono essere il primo degli uccelli importati in Mozambico – vagano tra i prati curati e le ninfee. Acquisito dall’AFECC, un’impresa cinese presente su larga scala con interessi che includono una miniera di diamanti in Zimbabwe e una miniera di smeraldo in Zambia, cosi come catene di Hotels e supermercato attraverso l’Africa, “The Golden Peacock” è popolare grazie al commercio cinese. Gli ospiti dell’hotel e delle case in affitto sono riusciti a resistere al ciclone nella lussuosa area della reception. Il danno – sebbene significativo, con tetti rotti in tutte le abitazioni – è stato riparato nel giro di un mese.

Circa 92.500 persone sono ancora senza tetto, vivono in rifugi improvvisati nei 71 campi post-cicloni nelle quattro province colpite.  La sfida adesso è trovare un nuovo modo di vivere.

Antonio Silvero Namangero, di 38 anni, era solito prendere quantità abbondanti di pesci con solo una canoa e una rete – dentici rossi, corvine, gamberetti, granchi e soprattutto cernie. “Potevi venderli per molti soldi” dice quando ci incontriamo.

Come molti uomini nell’affollato quartiere di Palmeiras 1 di Beira, Namangero era un pescatore, come lo era il padre. Vendeva la sua pesca ai ristoranti, proprietari di ville recintate ed al mercato. Perciò poteva mandare i suoi cinque figli a scuola e accrescere la sua attività. Con la sua prima canoa ha fatto abbastanza soldi da potersene comprare una seconda; una seconda canoa significava che poteva assumere due uomini. “Era una bella vita ed eravamo veramente felici” dice Namangero, il cui obiettivo era comprarsi una casa propria. Poi il ciclone ha distrutto la sua casa e le sue canoe, cosi come quelle di tutto gli altri pescatori. “Le persone ne hanno usato il legno per riscaldarsi” ricorda. Adesso si è sistemato nel campo Mandruzi, gestito dalle ONG Unicef, Care e Oxfam, ad un’ora di macchina da Beira. Qui, Namangero e sua moglie si stanno dedicando all’agricoltura, vista dalle ONG come una maniera pratica per ripristinare la loro indipendenza. I loro rifugi sono siti in un lotto di terra con piante magnifiche che sovrastano il figlio più piccolo: patate, meloni, mais e fagioli. Il caldo è brutale.

“Mi mancano gli uccelli, la brezza e le onde” dice Namangero. Di sera, ero solito incontrare i miei amici con i quali accendevamo il fuoco e friggevamo il pesce. Qui, c’è solo cavolo. Sto soffocandoprimo, perché non c’è cibo e non ci sono opzioni; secondo, perché c’è caldo e non si respira”. Chiedo se si vede come agricoltore o pescatore. “Come pescatore”, risponde.

Jose Joao Chimoio, di 37 anni, che sta vivendo anche lui nel campo, mi mostra un pesce che ha catturato durante una gita a Beira. “Volevo ricordare ai miei bambini che il loro padre era solito portare a casa pesci. Adesso non porta nulla”. L’obiettivo dei pescatori qui è fare abbastanza soldi nell’agricoltura per comprare una canoa che costa più di 200 € e ricominciare a vivere una vita normale”.

Ma l’agricoltura ha i suoi lati negativi. “Passi sei mesi a coltivare ma tutto finisce con sei sacchi di riso” dice Amadaeu Wilson Ibraim, di 40 anni. “E quei sei sacchi di riso non durano a lungo. Con la pesca, tu peschi, e poi puoi mangiare o vendere quello che peschi. È più immediato”.

Namangero, Chimoio e Ibraim si sono offerti di mostrarci la spiaggia dove le loro canoe sono state distrutte. Più tardi quel giorno, hanno preso un bus per Beira, e ci siamo incontrati difronte al mare. La prima cosa che hanno fatto è stata è correre in mare, completamente vestiti. Noi siamo rimasti in spiaggia a guardali saltare, nuotare e schizzare acqua. È stato il primo assaggio dell’oceano di Namangero dopo otto mesi. È fantastico” dice. “Mi sento come un uccello che vola”.

Non si può ancora permettere di comprare una nuova barca o di pescare reti, e neppure Ibraim e Chimoio possono. Questa è la ragione per cui vivono ancora al campo, cercando di coltivare cibo. “Molte persone stanno venendo a vivere qui perché qui non ci sono inondazioni e c’è l’elettricità” dice Namangero.

C’è poi un’altra sorpresa spiacevole. Visitiamo un’azienda agricola vicino Ndedja dove sono piantati mais, meloni e palme di banana. Guardiamo più da vicino e vediamo qualcosa muoversi – qualcosa di grande, giallo e nero. Le coltivazioni brulicano di locuste, a migliaia. “Soffriremo la fame nella mia famiglia”, dice Palmira Mussa, di 39 anni, che ha cinque bambini e gestisce l’azienda con suo marito, Gorge Adjapi, di 59 anni. Le locuste stanno già divorando gran parte dell’Etiopia, Kenya e Somalia e gli esperti credono che gli sciami siano un altro risultato del cambiamento climatico. “Il suolo è umido e le locuste amano gli ambienti umidi, perciò stanno riproducendosi molto a confronto con gli anni precedenti, dice Armando Zacaria, di 28 anni anni, di Kulima, una NGO locale che lavora con Oxfam per aiutare le comunità del campo a coltivare il cibo. Gli esperti hanno confermato che si tratta della peggiore invasione di locuste degli ultimi 70 nell’Africa orientale.

Il sindaco Simango aspira a dare vita al piano “Beira Back Better” che include sviluppare un sistema sanitario, migliorare le infrastrutture idrauliche e costruire scuole più sane. Questo è un obiettivo ambizioso: molti dei cittadini di Beira hanno perso queste strutture prima del ciclone. Simango dice che, fin qui, i donatori hanno impegnato il 25% del costo totale di 1 miliardo di euro.

Il ciclone Idai ci ha insegnato molte lezioni”, dice Carlos da Barca, di 47 anni, vice-amministratore di Dondo, un distretto al confine con Beira. “Abbiamo strumenti migliori per prevedere il meteo, modi migliori per informare i nostri cittadini. Ma questo è tutto quello che abbiamo: il potere di informare, non di rispondere”. Oggi, il Mozambico è ancora poco equipaggiato per evitare la catastrofe. Povertà, risorse scarse e mancanza di investimenti per combattere la crisi climatica continuano a minacciare milioni di vite. “Noi possiamo prevedere i cicloni con giorni in anticipo ma fornire allarmi tempestivi aiuta a salvare le vite solo se le persone hanno un altro posto dove trovare rifugio” dice il dottor Otto.

Le agenzie umanitarie discutono su come prepararsi ai disastri – sviluppare forti difese contro il peggio che sta per arrivare. Ci sono soluzioni di conservazione a bassa tecnologia: preservare i suoli, ripristinare le foreste, piantare mangrovie. Ma gli stati maggiormente inquinanti devono fare dei sacrifici per le nazioni maggiormente colpite. Il Fondo Monetario Internazionale ha detto agli stati più ricchi, che hanno avuto maggiori responsabilità finora, che devono fare di più per aiutare. “Il crescente aumento delle temperature ha effetti molto ineguali nel mondo, con un impatto più forte delle conseguenze avverse su coloro i quali possono permettersele di meno” fu detto nel 2017. E, ovviamente, nei nove mesi passati, la crisi climatica è fuoriuscita dall’agenda politica, è stata estromessa dal Covid.

Ho chiesto a Chiramswuana se ha mai avuto incubi sul ciclone Idai. “Io ho dei sogni” dice. Arrivano sempre quando è sveglia. “E’ come se vi fosse qualcosa che si sta riproducendo difronte ai tuoi occhi, come quando guardi la tv. Non mi piace. Ma sta lì, quello che è successo. “Non mi sento arrabbiata” dice. “Mi sento triste”. 

Traduzione di Marika Sottile e Filippo Parolin