Con il centro storico posto esattamente alle proprie spalle e con di fronte il delta del “Rio Púnguè”, uno dei principali fiumi del Mozambico, questa porzione di città è una delle aree più frenetiche. La sua posizione offre tramonti caratteristici sullo specchio d’acqua fangosa, che da fiume si appresta a diventare oceano entro poche centinaia di metri;
Se sul lato marittimo troviamo i tramonti e le imponenti barche di legno artigianali ormeggiate a riva, in tutta il resto dell’area dobbiamo destreggiarci e scivolare tra le vie strette del mercato, le moto che sfrecciano sulla strada di terra battuta e le abitazioni dei pescatori.
Sulla spiaggia le giornate vivono al ritmo della pesca e delle altre attività principali, ovvero la costruzione delle barche in legno e lo smembramento delle navi fuori servizio da parte dei sucateiros, i raccoglitori di rottami. Il lavoro non si ferma mai e anche la domenica, giorno di riposo per molti, alcune persone continuano a darsi da fare.
Proprio su questa spiaggia, nelle ultime settimane, in compagnia dei miei amici Cecìl (artista mozambicano che potete conoscere meglio qui) e Muchi, abbiamo avuto la possibilità di conoscere una realtà fortemente radicata nel territorio, che rende Praia Nova piena di storie da raccontare. In poco tempo abbiamo preso confidenza con alcuni abitanti e lavoratori dell’area, che ci hanno accolto con entusiasmo raccontandoci come passano le loro giornate.
Il nostro primo incontro è nato da un tour fotografico per la città che ci ha portato a Praia Nova come meta finale. Un fortunato incrocio di eventi ci ha portato sulla spiaggia di Ponta Gea al mattino, dove abbiamo conosciuto Vic e la sua squadra di lavoratori mentre stavano tessendo una rete da pesca lunga centinaia di metri. Lo abbiamo incontrato di nuovo la sera stessa, in modo totalmente casuale, proprio a Praia Nova dove vive e normalmente lavora come pescatore. Durante questi due incontri ci ha fatto conoscere il suo lavoro, spiegato il funzionamento della rete che stavano costruendo e come l’avrebbero usata in mare:
La rete che avete visto stamattina per noi è un lavoro molto importante. L’abbiamo costruita in diverse settimane di lavoro, ci abbiamo lavorato in tanti e ora l’abbiamo quasi completata. Appena sarà pronta la utilizzeremo insieme a due imbarcazioni. Il processo è abbastanza semplice: ci spingiamo a largo della costa e non appena troviamo un banco di pesci, muoviamo le due barche in modo sincronizzato per circondare rapidamente la zona. Caliamo in mare la rete e completiamo il “cerchio” incrociando le due barche per poi tendere e chiudere la parte inferiore della rete. Strozziamo l’apice con un cavo d’acciaio, come se fosse un sacco, e poi lo trasciniamo a riva. Qui il pesce viene diviso e venduto nei banchi del mercato.
Nei giorni successivi siamo tornati a Praia Nova e abbiamo conosciuto alcuni costruttori di barche. A differenza di Vic, loro non si sono resi disponibili ad un’intervista vera e propria o a farsi ritrarre in fotografia. Di loro non sappiamo il nome, però ci hanno raccontato qualcosa del loro lavoro.
Per costruire le barche che poi solcheranno verso il mare impiegano da una settimana fino a un mese intero di lavoro, a seconda della dimensione dell’imbarcazione. Il mestiere è totalmente manuale, richiede molta conoscenza e grandissima precisione perché le barche che vengono costruite devono essere sicure e durature. Alcune volte vengono costruite da zero, ma spesso riutilizzano le strutture portanti di imbarcazioni già esistenti. Le assi che compongono scafo e fondo sono spesse fino a 5 cm, vengono curvate e modellate manualmente utilizzando una cinghia con cricchetto, in grado di immobilizzare la struttura fino all’inserimento di lunghi chiodi in acciaio che legano le assi esterne con un ben più robusto scheletro con degli spessori anche di 15-20 cm.
Se già questo lavoro risulta faticoso, nulla è in confronto allo spostamento delle barche più grandi. Le imbarcazioni più piccole infatti vengono calate direttamente da riva, ma non vale lo stesso per quelle più imponenti. Ciò non è permesso dalle onde e dalla corrente, perciò queste vengono spinte a mano da gruppi di 15-20 persone nei canali che portano fino al mare, i quali vengono riempiti in modo naturale dalla marea solo in alcuni giorni della settimana in base al calendario.
Una terza professione che abbiamo approfondito durante le nostre visite è quella dei sucateiros, ossia i “rottamatori di navi”. Il loro lavoro è molto faticoso e, spesso affidato ai ragazzi più giovani, di fatto consiste nel letterale smembramento di grandi navi incagliate o più semplicemente abbandonate a riva in quanto non più adatte al mare aperto. Ci ha raccontato la sua storia a proposito Josè, un ragazzo 23enne di Praia Nova, che abbiamo conosciuto in un caldo pomeriggio domenicale.
Abbiamo parlato con lui mentre le nostre sagome si ritagliava un piccolo spazio nello scheletro di un relitto ormai completamente depredato:
Questo è il mio primo impiego, lavoro qui da alcuni mesi ormai. Ho provato a cercare altro e anche a spostarmi però non è stato possibile, quindi ho preso al volo questa occasione e per il momento faccio questo mestiere, poi in futuro si vedrà. È un lavoro impegnativo perché molto faticoso e spesso ci porta a lavorare in situazione non semplici, in base alla posizione della barca.
Questa dove siamo ora è quasi terminata per cui domani una squadra inizierà a lavorare su un altro peschereccio che è qui da diverso tempo e che ora si sta incrinando in modo eccessivo verso la spiaggia. L’altra nave che c’è qui alla nostra destra invece la inizieremo a smontare il prossimo anno. Per una nave di medie dimensioni ci vogliono 2-3 mesi circa, proprio come quella dove siamo seduti adesso, mentre quelle più grandi posso portare via anche un anno di lavoro.
Anche in questo caso, ci racconta José, l’attività avviene senza particolari infrastrutture e con l’impiego di strumenti semplici come fiamme ossidriche, mazze, scalpelli e carri manuali adibiti al trasporto dei blocchi di ferro ricavati. Il materiale raccolto è ridotto in pezzi trasportabili, viene pesato e poi venduto per entrare in una catena commerciale che lo farà arrivare fino alle grandi fonderie nazionali.
Queste tre piccole interviste, tutte quante nate in modo profondamente naturale, ci hanno stimolato molto e dato l’energia giusta per poter uscire almeno una o due volte a settimana per raccogliere altre storie e altre testimonianze.
Quando usciamo per fare queste attività, Cecil usa un termine che mi piace molto: cerchiamo storie di resilienza umana.
Foto e testi del volontario CAM Alex Cestari – Beira, settembre 2026
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