Então, o que você acha do Moçambique?

Então, o que você acha do Moçambique?

Ada e Valentina, le due “tesiste per caso”, sono da poco tornate dalla loro esperienza in Mozambico e in questo articolo ci raccontano le loro impressioni e le emozioni che questo magnifico quanto contraddittorio Paese ha regalato loro.

“Sorridiamo, a distanza di due mesi e mezzo dal nostro arrivo fa un certo effetto sentirsi fare la stessa domanda e ripensare a cosa è cambiato. Ci trovavamo a Vilankulos, in una delle spiagge più belle mai viste, mangiando i migliori gamberoni grigliati della nostra vita. Il cameriere sorride a sua volta, non sa nulla di noi ma ci spiega subito che, per i mozambicani, è molto importante il pensiero degli stranieri.

Certo, ne sono cambiate di cose in questi tre mesi. Prima tra tutte, capiamo quello che ci stanno dicendo e riusciamo a rispondere! Tre mesi sono pochi per farsi un’idea completa su tutto il Mozambico, viste anche le dimensioni e le varietà culturali del Paese, ma sicuramente una bella infarinatura di Beira ce la siamo fatta.

Então, gostamos muito o seu País amigo (ci piace il tuo Paese). Aqui não tem stress como na Itália. Único problema, aqui tudo acontece muuuuito devagar, (qui succede tutto molto lentamente).

La vita mozambicana non è certo frenetica e tutto avviene lentamente, in un mondo in cui “sto arrivando” significa che arriverò tra una o due ore, forse. Questa cosa ogni tanto può irritare, ma ci fa anche rendere conto di quanto invece, a casa, viviamo con ritmi a volte insostenibili e sicuramente molto stressanti.

E comunque non credete, lo stress lo abbiamo inevitabilmente vissuto anche a Beira. Del resto abbiamo in ballo una tesi di laurea magistrale, per quanto, dal nostro profilo Instagram delle tesiste.per.caso, pareva che ci stessimo facendo tre mesi di vacanza! I ritmi non erano certo quelli di Mesiano a Trento, ma le visite sul campo spesso sono state tanto belle quanto emotivamente impegnative. Essendo nate nella parte fortunata del mondo, come amaramente l’abbiamo definita, vivere i contesti più poveri di Beira è stato qualcosa di estremamente intenso.

Studiamo ingegneria da anni, abbiamo parlato ampiamente di soluzioni e gestione dei rifiuti in contesti a basso reddito, ma un conto è discuterne all’esame con il professore e un altro è vederle e toccarle con mano. Quante volte, nel corso del professor Ragazzi, si è parlato di “open burning”, di discariche incontrollate a cielo aperto, e come sembravano concetti distanti e quasi impossibili. Eppure eccole lì, davanti ai nostri occhi o sotto i nostri piedi.

La visita alla discarica di Beira è stato sicuramente uno dei momenti più intensi. Dicono che l’olfatto sia uno strumento fondamentale per la memoria, e così ci sentiamo di confermare. Non cancelleremo mai l’immagine e gli odori del camion in arrivo dal mercato del Maquinino che svuotava kg e kg di rifiuto organico putrescente quasi addosso alle persone, che vi si accalcavano intorno per cercare dei materiali ancora utili. Non scorderemo l’odore del fumo dell’inceneritore per i rifiuti ospedalieri, delle boccette di antibiotico spaccate manualmente per poi essere smaltite direttamente in fogna senza depurazione, delle casse di placente in arrivo dopo uno o due giorni di stoccaggio privo di sistemi di refrigerazione. Dall’altro canto, non scorderemo nemmeno il profumo della cucina mozambicana, l’odore della brezza marina di Ilha o di Vilankulos, le scie di profumo che si sentivano anche nei mercati più poveri e degradati quando ti passava a fianco qualcuno vestito elegantissimo dopo un bagno nella colonia.

Sembra impossibile essere già a casa dopo tre mesi che sono volati, ma che, allo stesso tempo, sono sembrati tre anni per l’intensità delle esperienze vissute. Non smetteremo mai di ringraziare il CAM per l’opportunità che ci ha dato, per l’accoglienza ricevuta in ufficio, per i contatti e i legami di amicizia che abbiamo stretto con i colleghi e con tanti altri ragazzi conosciuti a Beira. Le parole sembrano superflue e in questo vortice di emozioni post rientro sono quasi sprecate. Vorremo vivere un po’ “devagar” anche qui, riassestarci e metabolizzare bene quello che ci è successo, ma è tempo di stringere i denti e chiudere i nostri progetti di tesi. I dati portati a casa sono tanti (la capulane in valigia anche!) ma sono nulla in confronto al bagaglio di esperienze e di emozioni che mai svuoteremo.

O que achamos do Moçambique? E chi lo sa, neanche dopo tre mesi riusciamo a definirlo bene, ma è sicuramente un sentimento positivo che ci è entrato dentro e che mai ci abbandonerà. Il cammino non è ancora finito, il profilo delle tesiste è ancora aperto e pronto a riattivarsi il prima possibile per parlare di cooperazione, di partenze e di rientri, di emozioni, di tanti e diversi progetti validi, accomunati tutti da una semplice questione: le persone e il loro benessere, il Mozambico e un suo futuro sortudo, fortunato.

Desculpe, nao falo muito portugues

Desculpe, nao falo muito portugues

Pubblichiamo la testimonianza, fresca e coinvolgente, che ci arriva dalle studentesse Ada Castellucci e Valentina Caminati, da poco arrivate a Beira per lavorare alle loro tesi di laurea. Potete inoltre seguire il loro divertente “Instagram blog” Tesiste per Caso.

O que você acha da Beira?” “Desculpe, nao falo muito portugues”

Solo oggi, dopo 15 giorni dal nostro arrivo qui in Mozambico, abbiamo imparato a capire e a rispondere a questa domanda, “Che ne pensi di Beira?”. E mica ancora l’abbiamo capito bene cosa ne pensiamo, 15 giorni sono pochi per farsi un’idea di una città così lontana da casa, dalle proprie tradizioni e abitudini, che ha perfino delle stelle diverse da quelle che si vedono da noi!

Sicuramente la prima impressione è forte. Il caldo quasi soffocante e l’umidità opprimente sono la primissima sensazione scendendo dall’aereo, e per un attimo quasi tolgono il fiato. La strada dall’aeroporto alla sede del CAM è la seconda grande rivelazione. Si arrivava da un Italia con il coprifuoco, che si apprestava a diventare zona rossa; potete immaginare come sia stato vedere così tante persone in giro di notte! Passiamo una prima nottata angosciante, con porte che sbattono e si aprono da sole, convinte che da un momento all’altro sarebbe entrato qualcuno a rapirci o derubarci, per poi scoprire che si trattava solo del vento della tempesta.

I giorni dopo, i primi passi nel nostro quartiere, Ponta Gea, nel cuore di una Beira illuminata da un sole caldissimo. I primi “Bom dia!”, i primi viaggi in chopela, le apecar locali di servizio taxi, i primi aperitivi in spiaggia con Marica dopo giornate di intenso lavoro, le prime gite nei mercati. Conosciamo lo staff del CAM, gentilissimo e altamente preparato per rispondere a qualsiasi nostra domanda. Si lavora bene, si trovano i momenti di svago la sera e nei weekend, si comincia a capire come muoversi da sole in città. Tutto come in un sogno che, finalmente, dopo circa sei mesi di rinvio per problemi di visto legati al Covid, si avverava. Non una cosa avrebbe potuto buttarci giù di morale, pensavamo.

Povere illuse. Iniziano da subito gli incontri ravvicinati del terzo tipo con dei mostri nella nostra cucina: le blatte. Tipico animale da compagnia africano, la blatta non fa assolutamente nulla, ma a prima vista provoca ribrezzo. I primi giorni imparare a sconfiggerle non è facile, ma piano piano impariamo a comprare l’insetticida giusto e ad armarci di “savatta” per schiacciarle. Dopo 4 giorni, il Wi-Fi decide di non andare più e ci accorgiamo – sventurate – che i documenti sul Drive hanno anche dei difetti: richiedono rete. Un sabato più caldo del solito ci sorprende particolarmente, e al Wi-Fi non funzionante si aggiungono la corrente e l’acqua. Il caldo è soffocante e la doccia non funziona. “Perché siamo qui Vale, perché? Chi ce l’ha fatto fare?”

Già, perché siamo qui? Studiando la situazione della gestione dei rifiuti in contesti a basso reddito, nel corso offerto dal professor Ragazzi dell’Università di Trento abbiamo scelto di trattare questa tematica per la nostra tesi di laurea magistrale in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, e così abbiamo preso contatti con Isacco Rama, direttore del CAM. Siamo quindi venute a conoscenza dell’interessante programma chiamato LIMPAMOZ (Limpamos Mozambique, puliamo il Mozambico) del CAM a Beira il quale tratta, tra le altre, due tematiche che subito ci hanno affascinato. Il programma è promosso con Progettomondo e l’amministrazione del municipio di Beira. E’ così che è cominciata la nostra avventura a fine luglio 2020, con una serie di chiamate Skype con Isacco, per decidere bene come e dove inserirci.

Nel frattempo, entriamo a far parte del programma TALETE, Honours Programme dell’Università di Trento, che ha supportato il nostro progetto di ricerca all’estero fin dall’inizio e ci sostiene in questa esperienza!

Ada si occuperà della gestione dei rifiuti solidi ospedalieri del Centro de Saude de Ponta-Gea, un piccolo ospedale di fronte alla sede del CAM. L’obiettivo del suo lavoro è quello di migliorare il sistema di raccolta differenziata esistente dell’ospedale, anche in previsione dell’arrivo di un nuovo macchinario per lo smaltimento finale del rifiuto. È in spedizione, infatti, una sterilizzatrice meccanica dell’azienda Newster, che alleggerirà il carico dell’inceneritore dell’Hospital Central da Beira, impianto, quest’ultimo, che rappresenta tutto ciò che un ingegnere ambientale non vorrebbe mai vedere nella sua carriera.

Valentina si occuperà invece della gestione dei rifiuti organici provenienti in particolare dal settore della ristorazione e da due grandi e importanti mercati della città: il Mercado de Maquinino e il Mercado de Goto. Il CAM ha un progetto riguardante un centro di compostaggio per il trattamento del rifiuto organico del mercato di Maquinino, già dimensionato ma ancora da realizzare. Vale penserà ad un’eventuale amplificazione della matrice in ingresso, aggiungendo l’organico di Goto e dei locali addetti alla ristorazione, a cui vorrebbe somministrare questionari per capire le loro opinioni sul progetto.

Queste sono le nostre motivazioni, questo è quello che ad ogni goccia di sudore ci spinge ad uscire per fare foto ad immense casse di rifiuto putrescente, che ad ogni blatta ci fa pensare a quella storiella del battito d’ali di una farfalla, che anche un piccolo cambiamento ne innesta tanti a catena, che ogni volta che salta internet che ricorda che c’è bisogno di uscire e sporcarsi le mani, se davvero vogliamo lasciare questo mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato.

Boa sorte para nós!