da Consorzio Associazioni con il Mozambico - CAM | 1 Apr 2014 | Progetti in Mozambico, Storie
Riportiamo un intervista – e la sua contestualizzazione – che è contenuta nella tesi di master di Paolo Moruzzi, il quale tra settembre e dicembre 2013 ha trascorso alcune settimane a Caia, per una ricerca sull’attitudine al credito e la sua accessibilità.
Filimone è una persona di fiducia della Caixa Financeria di Caia. Ci affidiamo a questo commerciante per incontrare un cliente a metà strada tra Caia e Sena, dove nella stagione delle piogge è molto difficile circolare con la jeep. Dicono che talvolta capita di vedere i coccodrilli saltare fuori dai terreni alluvionati e spostarsi nella boscaglia. La destinazione è Chatala. Siamo in ritardo rispetto all’orario previsto, ma non è una novità. Dobbiamo aspettare proprio il nostro uomo. Nel frattempo facciamo il pieno con la tanica di benzina e ne approfittiamo per controllare le condizioni dell’auto.
Quando Filimone arriva, è carico di merci che deve portare al suo negozio. Le ha comprate dando un anticipo, il resto lo pagherà una volta che le ha vendute tutte. Lo aiutiamo a sistemarle sul fuoristrada; ci sono quaderni, biscotti, bevande, olio, riso, frutta, sale e zucchero, sigarette, fiammiferi e saponi che possono bastare per un mese. La fatica è ampiamente ricompensata, senza il suo aiuto ci saremmo sicuramente persi. Durante il viaggio consulto più volte la cartina geografica, ma non trovo Chatala. Dopo una buona mezz’ora superiamo le colline, da lì in poi non ci saranno più punti di riferimento ma solo boscaglia e tratti di strada ricavati da torrenti prosciugati. A un certo punto vediamo una sconfinata distesa di ananas e per un attimo provo il desiderio di scendere e prenderne un paio.
Il cliente è in mora di molte rate e da tempo non riceviamo sue notizie. Quando arriviamo sul posto, le persone che ci vedono scendere dall’auto fuggono via terrorizzate. Dopo due minuti Filimone raggiunge a piedi un adulto; è il fratello del nostro cliente, ci dice non è in casa perché adesso si trova a Quelimane. Capita spesso. Vediamo una moto appoggiata al muro, é di proprietà del fratello. La carichiamo sul portabagagli come garanzia del prestito, nel caso continui a essere insolvente. Un pignoramento a regola d’arte. Partiamo e salutiamo la famiglia del fratello, ora molto più cordiale di prima.
A metà strada capiamo di avere un pneumatico l
eggermente sgonfio e dunque ci fermiamo. Filimone va in cerca di aiuto e noi ne approfittiamo per sgranchirci le gambe. Qualcuno ha portato della frutta, io fumo una sigaretta. Compriamo dei biscotti e una gallina che leghiamo al manubrio della moto. Al ritorno Filimone ha in braccio una pompa per biciclette, lo guardiamo perplessi. Pazienza, andremo più piano. Intanto la moto è sempre ben legata al portabagagli; se non sarà riscattata dal legittimo proprietario, verrà venduta al suo prezzo di mercato.
Secondo la nostra guida, a Chatala non avevano mai visto un uomo bianco. “Conoscere la persona a cui si prestano i soldi é molto importante”, aggiunge.
Intervista a Filimone, commerciante, realizzata il 24 ottobre 2013 a Sena
1) Preferisci chiedere un prestito a una persona che conosci o a una che non conosci? La persona che conosco mi dà più fiducia, vado da lei così mi aiuta a realizzare il mio progetto.
2) Cosa provi quando vieni a sapere che un tuo amico ha ricevuto un finanziamento dal Consorzio? Temo non riesca a restituirlo perché potrebbe avere dei problemi. Mi sento male e spero.
3) Qual è la cosa più importante in un prestito? Il rimborso. Nel mio negozio gli affari vanno bene e restituisco senza problemi .
4) Quali ambizioni hai per i tuoi figli? Ne ho quattro e spero studino. Non vuoi che lavorino con te? Sì certo, con me hanno un lavoro sicuro.
5) Preferisci una perdita sicura o una perdita possibile ma di valore leggermente superiore? Una sicura perdita. Ci sono periodi in cui guadagno di più e altri di meno, ma devo sempre sapere in anticipo cosa succede dopo. Il guadagno mi serve sempre per affrontare il periodo negativo, così rimango in pari. Una perdita di valore superiore, anche se solo possibile, non mi piace, devo avere tutto sotto controllo.
da Consorzio Associazioni con il Mozambico - CAM | 13 Mar 2014 | Progetti in Mozambico
Una testimonianza di Claudia Aloiso, referente CAM per i settori socio-educativo e socio-sanitario, sul progetto di Educazione Inclusiva.
E’ ormai dal 2007 che, sotto la spinta iniziale della Responsabile di Settore Elena Medi, il progetto di Educazione Inclusiva si contraddistingue all’interno delle attività socio-educative del Consorzio.
Attivato inizialmente come percorso formativo per insegnanti, mirato a promuovere l’inclusione educativa dei soggetti con disabilità fisica (ipoacustici e ipovedenti) si è negli anni sviluppato fino a entrare nelle scuole del distretto come parte integrante delle attività. Ed è proprio in questa direzione che l’Educazione Inclusiva è diventata un fiore all’occhiello tanto del CAM quanto del Servizio d’Educazione Distrettuale.
Attualmente il programma supporta il lavoro di tre educatori: due di questi, Aissa e Francisco, operano
con circa 16 bambini e ragazzi non udenti all’interno di due scuole primarie, mentre un terzo, Castigo, professore non vedente, insegna Braille ad un gruppo di 7-8 adulti preparandoli ad accedere al sistema ufficiale di alfabetizzazione degli adulti.
All’interno del percorso strategico triennale 2013-2015, che vede il passaggio graduale di tutti i progetti del CAM verso una conduzione autonoma in termini organizzativi e dove possibile anche economici, si è lavorato ad impostare il futuro del Progetto di Educazione Inclusiva assieme al Servizio Distrettuale di Educazione, Gioventù e Tecnologia (SDEJT), consapevoli dell’importanza che questo Progetto riveste in ambito educativo nel Distretto di Caia.
A gennaio e febbraio, assieme a Marta Sachy, Consulente al Coordinamento CAM, abbiamo incontrato il Direttore Mandala per il SDEJT, per discutere del futuro del CAM e delle attività svolte all’interno del Progetto di Educazione Inclusiva. La proposta portata dal CAM partiva dal terreno fertile già preparato l’anno scorso con la firma di un Memorandum di Intesa tra il SDEJT e il CAM. Tale Memorandum sanciva gli impegni delle due parti, dichiarando i compiti e le responsabilità di ognuno al fine di ufficializzare la gestione co-partecipata del servizio di Ed. Inclusiva. Con il grande obiettivo di ottenere un totale assorbimento dell’Educazione Inclusiva nelle maglie del Servizio Distrettuale di Educazione è stato scelto un approccio per piccoli passi. La proposta si è concentrata principalmente sull’aspetto contrattuale dei tre educatori che ormai da anni lavorano per il Consorzio nella realizzazione di questo importante Progetto. La richiesta avanzata è stata che i tre contratti, normalmente stipulati tra il Consorzio e gli educatori, fossero da quest’anno di competenza dell’SDEJT, spettando al CAM solo l’aspetto finanziario del programma. Grazie anche all’appoggio delle istituzioni provinciali a Beira (il gruppo di tecnici dell’Equipe Multisettoriale Provinciale, prima, e il Direttore Dichissone del Serviço Provincial Mulher e Acção Social poi) a febbraio è stato trovato l’accordo e firmato un nuovo Memorandum di Intesa, variando non solo le competenze stabilite nel precedente Memorandum ma anche i tempi di durata dello stesso.
Al SDEJT spetta l’impegno di sottoscrivere dei contratti direttamente con gli educatori, e di individuare istituti di formazione disponibili a strutturare dei corsi ad hoc per due dei nostri educatori affinché accedano al titolo di studio per diventare ufficialmente professori, dal momento che sembra difficile trovare corsi per la formazione di disabili ipoacustici su tutto il territorio nazionale. Al Consorzio resta la competenza finanziaria, tanto per il pagamento dei sussidi dei tre educatori, quanto per la ricerca dei fondi necessari alla formazione. Entrambe le parti si impegnano reciprocamente fino alla fine del 2015. Con l’ottenimento del titolo di studio, gli educatori potranno essere inquadrati dall’amministrazione locale e diventare a tutti gli effetti insegnanti nelle scuole del distretto.
Il primo piccolo, ma importante, passo verso l’istituzionalizzazione del Progetto di Educazione Inclusiva è stato fatto!
Claudia Aloisio – referente CAM area socio-educativa e socio-sanitaria
da Consorzio Associazioni con il Mozambico - CAM | 21 Feb 2014 | Progetti in Mozambico
Il presidente del CAM Paolo Rosatti e la responsabile dell’area amministrativa dell’ufficio di Trento Paola Bresciani saranno a Caia nel mese di marzo, per una missione di monitoraggio progetti e supporto alla nuova equipe.
La missione di Paolo Rosatti, già programmata per febbraio e poi spostata per motivi di salute, prevede la partecipazione a numerosi incontri con i partner istituzionali a Caia, a Beira e forse (programma non ancora confermato) anche nella capitale Maputo. Oltre ai momenti “esterni” si terranno momenti di confronto con gli operatori, locali ed espatriati, sia d’insieme, sia per singolo progetto, con l’obiettivo di verificarne andamento e direzioni strategiche.
Il lavoro di Paola Bresciani sarà invece più rivolto al rafforzamento della gestione amministrativa del programma, confrontandosi sugli strumenti di lavoro da sistematizzare o potenziare ed impostando una collaborazione più diretta con i responsabili locali.
da Consorzio Associazioni con il Mozambico - CAM | 21 Feb 2014 | Notizie dall'Associazione, Progetti in Mozambico

Si è concluso a febbraio il delicato momento di passaggio ed avvicendamento di parte dello staff a Caia.
Dopo Claudia Aloisio (vedi news di dicembre), per i settori socio-educativo e socio-sanitario, sono arrivati a Caia il nuovo coordinatore Jonathan Paci ed Enrico Pietroboni, che seguirà l’area rurale ma anche la formazione-rafforzamento del personale locale, sostituendo Lorenzo Nichelatti, rientrato a Natale.
Per circa due mesi Marta Sachy ha collaborato nel supporto al coordinamento locale e aiutando nell’inserimento della nuova equipe.
Per quanto riguarda il coordinamento Trentino, anche qui si sta vivendo un piccolo cambiamento: Mariana Turi ha concluso a fine gennaio il suo stage a supporto dell’ufficio e tra qualche settimana inizierà invece lo stage di Federica Amatori, che sarà suddiviso una parte a Trento ed una parte a Caia, dove intende in particolare focalizzarsi sulla valutazione del Progetto di Promozione della Salute comunitaria (PPS).
A tutti questi collaboratori, in uscita e in arrivo, il nostro grande ringraziamento per l’impegno e la passione che donano al programma. Estamos juntos!
da Consorzio Associazioni con il Mozambico - CAM | 20 Feb 2014 | Progetti in Mozambico, Storie
Un secondo racconto del nostro amico, ed ospite a Caia, Christian Piana (cfr. articolo sul suo viaggio in autobus da Johannesburg a Caia).
Da un mese ormai mi trovo nelle vesti di un archeologo della memoria, tutto occupato in raccogliere storie popolari, miti, leggende e quant’altro faccia parte della letteratura non scritta, ma principalmente raccontata dai più vecchi ai più giovani, per trasformarle in un libro illustrato, prodotto e distribuito in Brasile.
La tradizione orale però è un po’ resistente all’immobilità della scrittura: i racconti si modificano sempre in maniera fluida a seconda della personalità del narratore, del suo entusiasmo, della sua esperienza e soprattutto del suo bagaglio di riferimenti visivi. Le storie nascono dal tessuto vivo dell’esistenza, per questo è fondamentale che la ricerca non si limiti alla trascrizione di alcuni racconti, ma che sia frutto di un’esplorazione di tutti gli elementi che compongono la narrazione, e quindi che non venga fatta seduti ad un tavolo (per fortuna), ma sulla strada, in una lenta penetrazione nella terra calda e impregnata di sudore.
In genere questi racconti hanno il preciso compito di dar continuitá alla narrazione dell’esperienza umana: servono per rammentare, avvisare o ammonire le persone su questioni etiche come il vivere in comune, il rispetto ai piú anziani, la solidarietá, l’onestá, ecc… La maggioranza dei racconti vedono protagonisti animali impersonificati, animali che si comportano come uomini, e vivono bizzarre avventure. Racconti in cui appare anche tutto il contesto geografico e sociale: vari tipi di piante e alberi, il fiume, i regulos (capi comunitari), i curandeiros (che a volte curano e a volte fanno pozioni strane), ed altro.
Il mio compito è stato anche quello di scoprire questi ultimi e conoscerli piano piano, registrarli in fotografie o fare interviste.
Una delle prime realtà che ho approfondito è stata quella dei medici tradizionali chiamati anche curandeiros. Essi appaiono in quasi tutte le storie poiché preparano medicamenti per guarire o pozioni per fare o liberarsi da inganni, sono padroni del mistero, di forze invisibili e incomprensibili.
Il mondo dei medici tradizionali mi è stato presentato da Rui Fernando Mortar, medico tradizionale, classe 1960.
Rui è un omino piccolo e sottile dall’energia brillante, a volte pare raddoppiare di volume quando sorride e scherza, la sua forza sta nella simpatia.
Ci siamo dati appuntamento a casa sua una domenica alle 14h, una giornata torrida con 35 gradi e il sole forte; ci siamo messi sotto un grande albero, come si fa di costume (la vita sociale sembra succedere sempre all’ombra degli alberi), e li m’ha spiegato per un’ora e mezza la sua storia.
M’ha raccontato di come lo spirito di suo nonno l’ha cercato sin da bambino per iniziarlo alla pratica del curandeiro, di come i medici agiscono e quanto vengono rispettati, ma anche delle minacce e pericoli che corrono, poiché molti altri curandeiros maligni, per impossessarsi dei poteri dei più esperti come lui, fanno delle magie (feitiços) che possono essere mortali.
Poi la conversazione ha iniziato a raggiungere toni metafisici, e Rui ha proseguito parlando di fulmini che si sono trasformati in lucertole argentate, di legni diventati serpenti protettori delle case, e di sabbia trasformata in zucchero.
Siamo entrati nella sua casa, dove mi ha mostrato i suoi strumenti di lavoro e oggetti con cui esegue le cure.

I medici tradizionali in Mozambico, così come in altri luoghi, sono molto numerosi e parte integrante di un sistema di salute spontaneo, nato dall’assenza quasi completa di strutture sanitarie ufficiali come ospedali o centri medici. Anche dove la modernità ha portato alla costruzione di qualche piccolo ospedale, moltissimi preferiscono ancora le cure del medico tradizionale anziché un ricovero in una clinica, nonostante questo può significare in molti casi la morte.
La medicina tradizionale di fatto è molto più vicina ad una religione spiritista che ad uno studio profondo sugli elementi di cura presenti in natura (come invece io m’aspettavo): a curare sono gli spiriti, e molti medici tradizionali riconoscono che nei casi più gravi i pazienti devono ricorrere a cure ospedaliere.
Ciò non li priva però della loro carica culturale, sorta dalla tradizione millenaria e ancora viva in maniera spontanea come un filo portante di una tela sociale complessa. Il curandeiro è un saggio, un conoscitore, un narratore di esperienze, una persona che sa consigliare, una referenza.
Il curandeiro, a pari dei nostri medici di famiglia o dei nostri preti, è un depositario delle confidenze della comunità, uno scrigno della storia profonda di questa terra, profonda come le radici dell’Africa. É l’unico filo che conduce gli uomini a comunicare con gli spiriti, spiriti buoni, spiriti maligni, spiriti come sicari o come protettori, spiriti burloni o spiriti troppo seri, spiriti invisibili ma sempre presenti, in agguato.
Rui nello stesso giorno mi ha portato, con la sua piccola e scassata moto, a conoscere altre 3 medico donne, una delle quali ci ha invitato ad una festa tradizionale il sabato successivo.
Alla festa io e Rui ci siamo andati con la collega italiana C. Era una festa, durata 3 giorni, in casa del medico donna Maria Luiza Mequi, di offerta e ringraziamento agli spiriti. Quando siamo arrivati, alle 7h del mattino, alcuni stavano ancora dormicchiando, ma altri si stavano preparando per continuare musica e danza. I musicisti stavano scaldando il batuque (tamburo tradizionale) vicino al fuoco per tirarne la pelle e farlo suonare meglio.
Ci siamo seduti tutti in circolo e presto le percussioni hanno iniziato il loro ritmo bello, intenso e caldo, accompagnato dai canti, ripetitivi, “mantrici” ma incomprensibili per me che non conosco il chissena.
Maria Luiza, la donna timida che ci ha ricevuti in breve s’é trasformata davanti ai nostri occhi in altro: la trance la trasportava e vagava fissando qualcosa d’invisibile per noi, a volte gridava con una voce che sembrava non essere sua, oppure ballava e muoveva il corpo come se stesse scrivendo qualcosa d’incomprensibile per noi.
Le cose si sono susseguite con un aumento costante d’intensità finché non c’è stato una specie di lavaggio del medico con acqua e mais (credo), e a poco la cerimonia ha avuto fine (non prima che anche io e C. fossimo coinvolti nelle danze, uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita).
La magia è stata presente, senza dubbio: che magia era? Magia per davvero? Magia dell’emozione del momento? Magia dello star difronte a qualcosa così lontano da tutto ciò che conosco? Non lo so, non credo molto alla magia, ma sicuramente abbiamo visto qualcosa di profondo, qualcosa che aveva lo spessore della realtà che ci circonda. Bello.
Non so come spiegare, ma quando sento nuove storie e avventure del coniglio e del leone, piuttosto che del coniglio e della iena, ecc… dove immancabilmente c’è di mezzo un curandeiro, ho la sensazione di visualizzare meglio la storia, iniziano a formarsi immagini famigliari nella mia mente, inizio a sentirne con più convinzione la loro coerenza.
da Consorzio Associazioni con il Mozambico - CAM | 24 Gen 2014 | Progetti in Mozambico, Storie
Christian Piana è un fotografo italiano ed educatore sociale che vive da molti anni in Brasile. Trascorrerà alcuni mesi a Caia per lavorare ad un suo progetto: un libro di racconti per ragazzi illustrato, tratto dalla tradizione orale in Mozambico. Gli abbiamo chiesto di raccontarci del suo avventuroso viaggio di arrivo.
Sono arrivato a Johannesburg la mattina del 13 gennaio, con l’intenzione di recarmi a Caia via terra: prendere un autobus sino a Maputo e da là uno sino a Caia, dove Marta e Claudia mi aspettavano al CAM.
Sono partito da San Paolo del Brasile, da dove avrei potuto comprare un biglietto per Beira, l’aeroporto più vicino al distretto. Ma ho scelto Johannesburg perché il biglietto è più economico e soprattutto perché ero sicuro che il restante tragitto, da fare via terra, mi avrebbe dato il tempo di immergermi più intimamente nel territorio e di diluire con calma le sensazioni. Così è stato.
Maputo mi pare bellissima, vivace, animata e molto più cordiale di Johannesburg, anche se ovviamente con i segni di povertà molto più tangibili. Mi affascinano molto i palazzi, i loro disegni che ricordano un influenza di stile coloniale con un’avanzo modernista, ma comunque scoloriti e assorbiti dal tempo.
Credevo di trovare una città moderna e “pulita” nelle grandi vie e di notare l’Africa, intendo l’Africa dei miei stereotipi, delle donne con i vestiti tradizionali che caricano bambini e grandi cesti sulla testa, delle baracche provvisorie costruite in legno, ecc… solamente usciti dalla grande città; ed invece quest’Africa è già presente al mio arrivo, è già gridante, è in tutte le strade.
La stazione dei pullman, in realtà è un grande piazzale dove ci sono veicoli di ogni sorta e condizioni, non ci sono sportelli d’informazioni, ne di vendita biglietti. Tutti sembrano conoscere tutto e mi si avvicinano velocemente per sapere dove vado e per vendermi il biglietto.
Io, che vengo da San Paolo, dove purtroppo la filosofia insicurezza e approfittarsi degli altri ormai è sempre più presente nelle relazioni tra gli uomini, ovviamente mi preoccupo e insospettisco: sono sicuro che mi vogliono fregare o addirittura derubare.
Invece mi vogliono dirigere onestamente verso il veicolo corretto. Chiedo al tassista che mi ha accompagnato se il tutto è sicuro e lui mi dice di si, che posso sempre andare in giro tranquillo. In realtà gli avevo già chiesto se è sicuro andare in giro per le strade di Maputo tranquillamente a fotografare, e lui già mi aveva risposto di sì, che è sicuro e che non mi devo preoccupare, io ne rimango sorpreso (a San Paolo nessuno ti risponderebbe di sì).
Questa sensazione di sorpresa rispetto alla non criminalità mi accompagnerà per tutto il viaggio.
L’autobus è stretto, scomodo e sovraffollato: ci sono persone sedute anche sul corridoio e io devo tenere il mio zaino sulle ginocchia. Sono esausto, è dal Brasile che non dormo. Decido di fermami nella città di Inhambane per riposarmi, scelta geniale.
Inhambane è una tranquillissima e charmosa cittadina sul mare dove la vita sembra scorrere lenta; li finalmente posso lasciare i miei zaini in una stanza di un piccolo hotel e passeggiare serenamente, passeggiare nel continente africano, uno dei miei sogni di sempre.
Vado al mercato e faccio delle foto, ma continuo a chiedere a tutti se è sicuro perché mi sembra così strano che io non debba in continuazione guardarmi intorno per vedere chi mi si avvicina. Ovviamente tutti mi rispondono che è tranquillo e io mi sento così inquinato da San Paolo, dall’insicurezza e dalla paura delle rapine, che m’intristisco e mi rendo conto che necessito di una pulizia interna… di una purificazione.

Incontro persone, parlo con tanti ragazzi, prendo minivan collettive (chapas) per andare in giro, chiedo informazioni e tutti sono cordiali, sorridono, mi salutano, non sento ostilità, né diffidenza; questo mi aiuta nel processo di purificazione.
Da Inhambane prendo un altro autobus in direzione Nampula, che si fermerà a Caia.
In questa tratta ci sono dei conflitti in corso: da qualche mese screzi tra la Renamo e la Frelimo hanno riportato sulla nazione l’instabilità politica e l’ombra tremenda della guerra. Tra Rio Save e Muxungue ci sono frequenti imboscate e attacchi con granate e colpi di mitra che coinvolgono anche veicoli civili; per questo la strada è scortata da una colonna militare.
Il nostro autobus si ferma, così come altri autobus, camion e macchine private. Sotto un albero ci sono dei militari che giocano facendo roteare gli ak47 tra le mani (!!). Aspettiamo per circa 5 ore l’arrivo della scorta militare, quando arriva la scena è surreale e mi ricorda immagini visto solo nei film: la strada si riempie di militari che scendono da camioncini anche di uso civile, non sembrano avere divise uguali e ufficiali, tutti sembrano usare accessori diversi a anche un po’ improvvisati, sembrerebbe un esercito paramilitare. Un soldato ha addirittura un vecchio elmetto di ferro di dimensioni sproporzionate, ci si potrebbe proteggere dalla pioggia in 3 o 4 li sotto. Sono tutti ragazzotti e hanno lo sguardo duro.
Camminano velocemente tra i veicoli e ci ordinano di salire, c’è chi ha fasce di proiettili arrotolate al corpo che strisciano per terra, c’è chi ha lanciagranate in mano e chi carica le granate come se stesse portando delle arance.
Quando la colonna parte, sull’autobus sono tutti seri e silenziosi, guardano in avanti, cercano di sbirciare oltre il parabrezza frontale, la musica è spenta, c’è un bambino che non smette di piangere, è l’unico rumore dell’autobus, l’atmosfera è densa e fuori c’è un bellissimo tramonto che ci si può godere attraverso i finestrini.
La nostra colonna passa senza problemi e attacchi, così rincomincia la musica a tutto volume e la gente torna a chiacchierare.
Arrivo a Caia il giorno dopo, verso le 8 del mattino, è venerdì e io sono partito la domenica (sono esausto).
La mia prima impressione, che ovviamente è immatura visto che non conosco ancora bene la realtà locale, è che la gente è spaventata da questo momento che tutti chiamano già guerra, ma non per l’effettiva dimensione dei conflitti, ma perché ha le dimensioni di un’ ombra inquietante che fa riaffiorare vecchie (ma non troppo) e terribili memorie. Non è il primo paese in conflitto che visito, e nella mia breve esperienza ho capito che la guerra non finisce mai, rimane viva anche se nascosta, rimane tra le esperienze che hanno formato il popolo, chiusa negli armadi, latente e pronta a impadronirsi di nuovo delle paure della gente.
La guerra non combina con le facce e la simpatia della gente che ho incontrato, con l’umore e la tranquillità che ho assaporato, questa guerra sembra non far parte di questo popolo, qualcuno sembra la stia inventando, la stia imponendo come una tassa da pagare.