Atmosfere mozambicane – il nostro impegno per salute ed educazione

Atmosfere mozambicane – il nostro impegno per salute ed educazione

Da agosto due membri del nostro direttivo, Giovanna Luisa e Gianpaolo Rama, sono in Mozambico, a Quelimane, dove stanno trascorrendo un periodo di volontariato di tre mesi.

Giampaolo Rama ha intrapreso il viaggio per prendere parte a un programma del CUAMM – Medici con l’Africa, che è finalizzato al miglioramento dell’assistenza alle malattie croniche non trasmissibili, come ad esempio l’ipertensione e il diabete. La rilevanza di questo intervento è data dalla mancanza di organizzazione nella prevenzione e nel trattamento delle patologie, nonché dalla diffusione delle due malattie indicate: più del 35% della popolazione adulta è ipertesa, ed il 7,5% diabetica. Proprio per questo il CUAMM si sta impegnando per formare ulteriormente il personale medico, per promuovere nella popolazione uno stile di vita più sano e per contribuire alla fornitura di farmaci e attrezzatura essenziale negli ospedali.

Ecco una testimonianza da Quelimane di Gianpaolo su questo tema:

“In Mozambico, la salute e l’assistenza sanitaria sono teoricamente un diritto di tutti i cittadini (il sistema sanitario nazionale lo prevede), ma la mancanza di risorse fa sì che alla fine siano beni rari. Mancano attrezzature, farmaci essenziali, personale qualificato, ed esami a volte indispensabili. […] Il vecchio ospedale della città è dignitoso nell’aspetto e nella pulizia, il personale composto e fiero del ruolo che copre. La gerarchia ed il rispetto della forma sono imperativi, solo gli stranieri tendono ad “uscire dai ranghi”. E’ sovraffollato di malati, specie di mamme e bambini. Le difficoltà che si incontrano sono anch’esse “vecchie”: interruzione dello stock di medicinali, anche essenziali, avarie ricorrenti di apparecchiature medicali e di laboratorio, scarsità del personale. Il personale è abilitato ma talora poco formato; le malattie ed i corsi di aggiornamento o la progressione degli studi lo allontanano spesso dal posto di lavoro, lasciando sguarniti i servizi. […]Sono impegnato in un programma del Cuamm – Medici con l’Africa – di aiuto al controllo di due malattie che stanno esplodendo nella popolazione: l’ipertensione arteriosa e, in misura minore, il diabete. Quasi il 40% degli adulti è iperteso, prevalentemente per ragioni ereditarie, e l’8% affetto da diabete. Sono patologie relativamente “nuove” ed il Paese non è ancora organizzato per prevenirle e trattarle. […]Dopo aver organizzato un corso di aggiornamento su diabete ed ipertensione arteriosa, stiamo collaborando allo scopo di migliorare l’assistenza negli ambulatori medici, e promuovendo, nella popolazione, la consapevolezza dell’utilità di uno stile di vita sano e della necessità di fare regolarmente alcuni accertamenti sanitari. Cercheremo di aiutare a migliorare l’approvvigionamento di farmaci essenziali.
Credo siano piccoli passi, ma hanno il significato di motivare ed incentivare i locali a fare il possibile per prevenire e trattare adeguatamente tali malattie. ”

Per quanto riguarda Giovanna, la visita in Mozambico è un’occasione per ri-visitare il paese, l’atmosfera e la sua gente e rientrare in contatto con le esperienze ed i problemi delle scuole locali, non solo a Quelimane, ma anche a Maputo, dove l’associazione “A Scuola di Solidarietà”, di cui lei è presidente, sostiene da oltre 25 anni una scuola comunitaria, un programma educativo ed il sostegno, attraverso borse di studio, di giovani eccellenti studenti, senza risorse finanziarie.
Ecco qualche pezzo dalla sua testimonianza, a pochi giorni dall’arrivo:

“Quelimane è la città dei sorrisi. Ce n’è per tutti, anche per chi non si è mai visto prima. Da giorni, riconoscente, godo a piene mani di questo tempo e traggo beneficio dalla possibilità che mi si è offerta: la casa confortevole di amici generosi presso i quali siamo ospiti e le persone che se ne occupano responsabilmente, la natura esplosiva in cui è immersa, le voci dei passanti, la musica che viene sempre da chissà dove, lo sciabordio del vicino fiume, e il cielo intorno, che cambia vestito continuamente e ci lega a voi. In tutto ciò, posso avvertire persino il suono che le foglie secche producono sul selciato, quando cadono dagli alberi, senza riuscire mai a spogliarli del tutto.”

“Lunedì andrò alla “nostra” scuola, quella che ho contribuito ad avviare con i giovani del quartiere tanti anni fa e che in tutti questi anni Padre Jorge ha difeso, sostenuto, incoraggiato, aumentato. Erano 440 gli alunni a quei tempi, ora ci sono circa 3.400 studenti, dalla prima alla decima classe. A decima conclusa, noi sosteniamo i migliori, offrendo borse di studio a quelli, tra di loro, che si sono distinti, ma non hanno mezzi finanziari per continuare a studiare ed iscriversi all’università.
Qualcuno dei miei colleghi di allora, è ancora lì. Ho voglia di ritrovarli, di sentirli e di sentirne parlare da Padre Jorge, che tanto ha fatto per portarla avanti e garantire qualità all’insegnamento. Io e lui siamo e siamo sempre stati sulla stessa lunghezza d’onda! Lo stesso ex Ministro dell’Educazione, ha riconosciuto il lavoro di Padre Jorge offrendogli un attestato di Onore per il suo impegno.
Sono contenta di essere qui e sono contenta di tornare. La scuola è un luogo importante dove portare un contributo in difesa dell’umanità intera, che troppa gente cerca di dividere, cominciando dai bambini, sempre più spesso indicati attraverso attributi … ”

Un viaggio a Tete: l’esperienza di Lucia

Un viaggio a Tete: l’esperienza di Lucia

La volontaria in Servizio Civile a Caia Lucia Romani, che per il CAM accompagna il lavoro del settore socio-sanitario, valorizzando la sua formazione di psicologa, ci riferisce di una sua visita a Tete dove ha potuto conoscere il lavoro di alcune organizzazioni nell’ambito dell’auto-mutuo aiuto e della lotta allo stigma verso le persone sieropositive.

“Sono a Tete per riunioni di lavoro e scambi con realtà locali che lavorano nell’ambito HIV. Son contenta di essere qua, mi colpisce subito Tete: splendida città affacciata sullo Zambesi, capoluogo dell’omonima provincia. Qui ho trovato una natura verde e lussureggiante, strade pulite, case curate, persone sorridenti e disponibili, grandi formazioni rocciose tondeggianti sopra le quali sono costruite case. Un capitolo a parte spetta al magnifico ponte che si erge sopra lo Zambesi, collegando il centro città con la prima periferia e la stazione, distante alcuni kilometri. Passeggiando sopra al ponte, di giorno si può ammirare lo splendido paesaggio di isolette e montagne intorno alla città, di notte le luci che si riflettono sull’acqua lasciano respirare un’aria particolarmente romantica. Frequenti sono gli avvistamenti di ippopotami in città, che pare siano golosi degli ortaggi che si coltivano a lato del fiume. Molti malawiani, vista la vicinanza con il confine, si sono trasferiti qui, spostandosi da zone rurali e meno ricche.

Ho il piacere di confrontarmi con i responsabili di un’associazione locale, KK, Kutandizana Kushira, ovvero “Aiutare a salvare”, che da anni lavora nel supporto di pazienti HIV positivi. Mi raccontano la storia della loro associazione e mi colpisce lo spirito imprenditoriali che li ha spinti, nel giro di pochi anni, ad affermarsi come realtà locale competente e affermata. Mi raccontano dei loro successi, e di come sono arrivati ad avere quasi 500 attivisti operativi in cinque distretti.

Accompagno poi qualche operatore durante il loro lavoro di campo e ho il piacere di conversare con loro del loro lavoro, scambiarci impressioni, opinioni, conoscenze.

Infine, in una riunione con una psicologa di Medici senza Frontiere, approfondiamo la conoscenza dei Gruppi di Appoggio Comunitari, gruppi di persone HIV positive che volontariamente si riuniscono per appoggiarsi l’un con l’altro, dal punto di vista emotivo e pratico.

È stato un bello scambio, ci ha permesso di ricaricarci di nuove energie! E già qui in Caia stiamo lavorando su come implementare il servizio GAC e su come portare avanti le attività dell’associazione Mbatikoiane in modo sempre più professionale!

Obrigada Tete! Atè a proxima! ”

Lucia Romani – giugno 2018

Storie, immagini, ricordi e… ricette da Caia

Storie, immagini, ricordi e… ricette da Caia

Caia.

Una minuscola cittadina sulle rive del fiume Zambezi, nel cuore piú interno del Mozambico. Un passaggio obbligato per camionisti e viaggiatori che, percorrendo il paese da Nord a Sud, devono attraversare l’unico ponte che collega le rive del grande fiume. Il resto sono é un pugno di casette e capanne sparse lungo la strada principale e una linea della ferrovia battuta dal sole. Questa é Caia, e non avrei mai pensato un giorno di chiamare questo luogo sperduto “casa”.

Eppure é passato già oltre un mese dal nostro arrivo in questo angolo remoto di mondo, e ancora ci stiamo abituando all’impatto di questa nuova vita e le sue regole tutte nuove, ancora da scoprire, conoscere, comprendere, capire.

Siamo partiti in tre, io, Lucia e Mauro. Ci siamo conosciuti direttamente in Mozambico, loro svolgeranno un anno di servizio civile a Caia, mentre io sarò solo di passaggio, per fare il pieno di esperienze ed emozioni.

Un bel gruppetto.

Ci sono solo due modi per raggiungere Caia.
(D’accordo, tre, se sei cosí fortunato da possedere un’auto).
Le tue uniche opzioni sono di rischiare la vita affrontando la terribile strada N1 Beira – Inchope – Caia a bordo degli spericolati machibombo, i mezzi di trasporto locali, oppure prendere il lentissimo treno del martedí, che é l’unico di tutta la Provincia.
Noi abbiamo preso il treno.
Se doveste andare a Caia, prendetelo anche voi. Il viaggio sarà lunghissimo, ma fuori dal finestrino potreste assistere allo spettacolo del paesaggio mozambicano che scorre e cambia davanti a voi, scoprendo cosí le tante sfumature di questo paese.

A Caia siamo accolti nelle strutture del CAM, o del “Consorcio”, come viene chiamato qui da tutti.
Sono oltre dieci anni che il Consorcio lavora attivamente nella regione, e si può constatare il grande impatto che ha avuto in questa zona solo a giudicare dalla fama e dal rispetto che si é conquistato nelle persone.
Questo aiuta molto perché qui a Caia servono davvero poche presentazioni: se sei bianco e sei italiano, di sicuro lavori nel Consorcio, lo sanno già tutti.

Ma l’impatto piú significativo si può forse apprezzare nelle persone che, con il Consorcio, ci lavorano per davvero. Julai, Martinho, Elias, Dionisio, Neidy, Federico. La sensazione che ho avuto è stata quella di conoscere una grande, accogliente famiglia. Una famiglia composta da tante persone straordinarie, realmente coinvolte nella propria missione. Una squadra di primissimo livello, con la quale sto condividendo la mia esperienza e sto imparando molto.

Parlando e condividendo esperienze, si capisce quanto il lavoro con il Consorcio per loro sia importante.

Il senhor Martinho mi porta a visitare le escolinhas di cui è il responsabile. Piccole oasi di speranza per quei bambini di età prescolare che non sempre hanno possibilità di accedere ad un’educazione.
E sono ancora tanti, da queste parti.
Uno dei problemi di un paese che si sposa troppo giovane, troppo presto, troppo inconsciamente, lasciando i bambini spesso e volentieri lasciati a sé stessi, o senza una solida famiglia alle spalle.
La prima domanda che mi viene posta é sempre la stessa: “sei sposato?”.
Sposarsi qui é un passaggio obbligato nella vita di un individuo, e anche una fonte di ricchezza e sostentamento, grazie alla dote che viene scambiata tra famiglie. Ma questi matrimoni instabili e precoci lasciano dietro di sé lo strascico di bambini orfani o abbandonati sulla strada.
Alla luce di tutto questo, comincio a comprendere la preziosità di luoghi sani e accoglienti come le escolinhas di Martinho e del Consorcio.

Il senhor Elias é un vulcano di energia, lo trovo sempre sorridente e coinvolto in attività ogni volta differenti.
Il focus del suo lavoro è nel campo della salute, forse il problema principale qui in Africa. Ma il senhor Elias é una di quelle persone che si rimbocca le maniche e affronta qualsiasi problema con creatività e inventiva. Insieme ad un folto gruppo attivisti promuove eventi di sensibilizzazione nella comunità, visita di ogni malato dei quartieri di Caia, offre aiuto e assistenza, e tiene monitorata la situazione sanitaria del distretto. Assieme a tutto questo ha avuto l’idea di fondare gruppi di sostegno per malati di AIDS, dimostrazioni culinarie per educare sull’alimentazione, un gruppo teatrale di sensibilizzazione, e non so a quali altre idee creative stia già pensando in questo momento. Ma di sicuro non si ferma di fronte a nulla, quando si tratta di sostenere persone in difficoltà o salvare vite umane.

E lui lo fa ormai da moltissimi anni, sempre con lo stesso sorriso di chi ama la vita e ha un’incrollabile speranza nel futuro.

É lui che si é preso a cuore le sorti di noi ingenui muzungu, guidandoci alla scoperta di questo strano mondo mozambicano, con le sue nuove regole e i suoi bairros intricati, approfittando di ogni occasione per portarci in giro con la sua moto, nelle sue numerose missioni di conforto ai malati del distretto.
A fianco a lui si impara sempre.
L’altro giorno abbiamo assistito ad una delle dimostrazioni culinarie che lui stesso ha contribuito ad organizzare, per cercare di dare un’educazione alimentare alle donne e alle giovani mamme che si apprestano a crescere dei bambini.

Il Mozambico è un paese ricchissimo di risorse, alimenti, possibilità. Spesso manca solo l’educazione minima necessaria per ottenere il massimo da quello che offre la terra.
Riso, mais, sesamo, arachidi, anacardi, patate, manioca, cocco, manghi, banane. Nelle stagioni piovose questo paese si trasforma in un Eden miracoloso, nel quale basta solo chinarsi per raccogliere tanta manna sufficiente per vivere senza pensieri per tutta la vita.
Ma nonostante la ricchezza del terreno, la povertà del popolo diventa il vero terreno fertile per gli affari di colonialisti, politici e multinazionali.
Ah, il Mozambico! terra bellissima e paradossale. Le famiglie più povere preferiscono vendere la ricchezza dei propri ortaggi e della propria frutta per guadagnare il poco diñeiro sufficiente per comprare una lattina di coca-cola.

Per questo questi incontri sull’alimentazione sono particolarmente importanti, perché restituiscono alle persone il valore degli alimenti della propria terra e della cucina tradizionale.
É stato un incontro molto interessante anche per noi, e abbiamo preso appunti per non dimenticare nulla!

Per il resto, la vita a Caia scorre tranquilla.
La città é piccolina e non offre molte distrazioni. L’unico locale aperto la notte é una birreria gestita da una stanca coppia di portoghesi dagli occhi spenti.
Lo ammetto, all’inizio non é stato facilissimo. Ci sono tante cose a cui ti devi ancora abituare. L’acqua da bollire e filtrare, il cibo, il sole inesorabile, il caldo, le zanzare, i ritmi lenti, le attese infinite, le strade dissestate, il portoghese un po’ imbarazzante con il quale cerchi di farti capire al mercato.

Ma poi viene la pazienza. Quella sí, la puoi imparare qui. Ed é solo con tanta pazienza che il portoghese lentamente migliora, cominci ad apprezzare il cibo, le grandi piogge estive rinfrescano l’aria e il calore non é piú cosí insopportabile. E quando cominci ad adattarti, gli occhi e il cuore si aprono a quello che ti succede attorno.

E alla fine, con il passare del tempo, senza che tu te ne accorga, il Mozambico ti rapisce.

Cominci a mischiarti con la gente, cambiare forma, abitudini. Ti salutano tutti, anche quelli che non conosci. E ti ritrovi a sorridere, alzando anche tu la mano per ricambiare il saluto. Cominci a diventare una parte dell’equilibrio di questo piccolo mondo. “Muzungu” diventa il tuo secondo nome, che passa di bocca in bocca tra tutti i bambini che ti guardano incuriositi, ridendo.

Sei lo stesso di sempre, ma dentro di te scorrono già esperienze nuove.

Qalcosa di strano si è già infilato nella mente e nel cuore, infettandoti di una malattia piú incurabile e tenacie della malaria.

Il mal d’Africa.

Racconti del primo di maggio…

Racconti del primo di maggio…

DocciaA completamento della galleria fotografica sulla sfilata di Beira della Giornata Internazionale dei Lavoratori pubblicata a maggio (vedi articolo), presentiamo un simpatico racconto di Enrico Pietroboni che descrive le sue osservazioni…

Già di prima mattina si poteva intuire che la festa sarebbe stata molto differente dalla nostra, girando per la città si incontravano gruppi di persone tutti con la maglietta personalizzata con il nome della ditta per cui lavorano e uno slogan sul primo di maggio.

Arrivato al luogo dell’incontro la prima sorpresa: io mi aspettavo una semplice sfilata a piedi e invece.. .strada chiusa e veicoli di tutti i tipi in colonna per partecipare alla sfilata! Al via della sfilata i veicoli si sono animati mostrando i vari lavori che pubblicizzavano e slogan legati al primo maggio.

aerop1Ho incontrato: camion che pubblicizzavano una lavanderia con tizie che stiravano e mostravano la qualità della stiratura, veicoli che pubblicizzavano saloni per  parrucchieri con caschi per asciugare capelli, uno addirittura si fermava e truccava le diverse passanti, camion che pubblicizzava una clinica privata con allestita sul rimorchio una vera e propria sala operatoria con tanto di operazione in corso, diversi mezzi delle scuole guida con lezioni improvvisate a bordo, quello che pubblicizzava la palestra con bimbi pugili a dare spettacolo, diversi mezzi delle scuole della città con allestite le aule di fisica e chimica, mezzi degli hotel con allestite delle vere e proprie stanze, con gente che dormiva nei letti. Mezzi di imprese edili con sul cassone cemento e pezzi di muro, il camioncino del macellaio che per dimostrare la freschezza delle sue carni scorrazzava con teste di mucca in bella vista, quello dei lavoratori del pesce che hanno mostrato alla città come si tratta un bel pescione dall’inizio alla fine, i lavoratori dell’aereoporto hanno partecipato con un finto aereo di legno e con il camion dei loro pompieri… arrivati al centro della sfilata hanno attivato il camion… e hanno lavato un gran numero di persone con il loro getto (io no)… per fortuna che la giornata era calda!

aerop2Ma il meglio per me è stato il camion dei lavoratori dell’acquedotto: sul camion c’erano tutte le attività legate all’acqua, e quindi chi lavava, chi faceva la manutenzione dei tubi e chi… si faceva la doccia! Uno spettacolo!

E poi… ruspe… barche (i lavoratori del porto)…. finti  treni (i lavoratori delle ferrovie)… muletti… macchine…. moto… biciclette.. c’era di tutto, ma sempre in un clima di allegria e senza nessun tipo di disordine.

All’inizio c’è stata  anche una parte legata ai comizi politici… breve, perché si capiva che la gente aspettava la sfilata e si è conclusa con una breve esibizione della banda.

Insomma è stata una giornata sorprendente, un’altra interpretazione della festa dei lavoratori!

salaopPoi mi hanno raccontato che in tutto il paese la giornata è organizzata allo stesso modo, la sfilata delle varie ditte la mattina e poi, generalmente, si pranza tutti insieme… e festa fino a notte fonda!

Vai alla galleria fotografica di Beira

Il resoconto della sfilata a Caia (in portoghese)

La Capulana

La Capulana

Proponiamo un articolo gentilmente concesso dall’autore Nunzio De Nigris, tratto dalla rivista online “Poelela Magazine”.

“Capulana” è il nome che viene dato in Mozambico ai teli colorati che ogni donna possiede. Pare che la loro introduzione nel paese sia relativamente recente, circa due secoli, eppure senza le capulane il volto del Mozambico (e della maggior parte dei paesi africani) non sarebbe lo stesso.

Nelle zone rurali o nei quartieri periferici della capitale, la capulana, avvolta intorno ai fianchi, è l’abbigliamento tradizionale di ogni donna che si rispetti. Viene utilizzata per portare un bimbo sulla schiena alla maniera africana o come telo aggiuntivo viene di solito adoperato per garantire ulteriore protezione ai neonati quando fa più fresco (esiste anche l’inverno africano!).

Viene anche utilizzato dalle venditrici ambulanti sopra il marciapiede per potervi esporre la propria merce, a fine giornata, la si arrotola formando un cerchio che, adagiato sulla testa aiuta a trasportare facilmente sino a casa la cesta con gli articoli rimasti invenduti.

Una capulana in più fa sempre comodo, se fa fresco o tira vento, può essere avvolta intorno alle spalle per scaldarsi; se c’è da aspettare a lungo,  per esempio in attesa di una visita medica, la si stende per terra per sedercisi sopra senza sporcarsi; se si viene sorpresi da un’acquazzone tropicale, può rimpiazzare i vestiti fradici che si indossano.

Una capulana può sostituire, alla bisogna, lenzuola, tovaglie, tende e, se necessario, pure l’asciugamano. In assenza di toilettes pubbliche, avvolgere una capulana attorno ai fianchi è un ottimo modo per ripararsi da sguardi indiscreti mentre si fa pipì al alto della strada.

Questi sono gli usi della capulana “semplice”, ossia del telo rettangolare basico. La dimensione della capulana è standard, un metro e quindici di altezza per un metro e ottanta di lunghezza, ma i colori e fantasie sono praticamente infiniti. Tuttavia, è evidente che con ago, filo, e fantasia, i possibili usi si estendono ulteriormente. Innanzitutto ci sono i vestiti tradizionali, spesso elegantissimi, composti da gonna, blusa e copricapo, tutti dello stesso tessuto o con due fantasie a contrasto. Molte stampe sono tipiche di una particolare zona o paese, e basta un’occhiata per individuarne la provenienza.

Sopra questi tessuti vengono riprodotti gli elementi della vita quotidiana di una donna, come le cipolle o i peperoni oppure  motivi astratti (spirali, rombi, ecc.). Le capulane vengono scelte anche in occasioni di feste o riti per indicare l’appartenenza ad un gruppo.

Non mancano le capulane commemorative, come quelle che ricordano l’indipendenza o i leader politici più popolari, o altri avvenimenti importanti (i 90 anni di Nelson Mandela, l’oro olimpico di Lurdes Mutola – probabilmente la più famosa atleta mozambicana, che vinse l’oro negli 800 metri alle olimpiadi di Sydney del 2000).

Più di recente la presenza di molti espatriati (e soprattutto di espatriate) ha favorito un interessante giro d’affari legato a tutto ciò che si può realizzare con le capulane: gonne, canotte, vestitini, pantaloni, borsette, ma anche accessori come orecchini, collane e bracciali o ancora scatole porta bijoux.

La capulana è un prodotto incredibilmente versatile ed alquanto economico, a seconda della qualità. E’ un ottimo regalo per le donne che grazie al proprio estro sapranno farne un buon uso.

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I diari della raccolta – moda estate Caia 2014

I diari della raccolta – moda estate Caia 2014

01Un terzo racconto del nostro amico, ed ospite a Caia, Christian Piana (cfr. articolo sul suo viaggio in autobus da Johannesburg a Caia e sulla magia-medicina tradizionale).

In questa riflessione vorrei soffermarmi brevemente sulla moda, e nello specifico curiosità e particolarità della moda nel distretto di Caia.

Ovviamente per moda non intendo le tendenze, che nei centri maggiori, sono dettate dalle marche o dalle collezioni commerciali di stilisti, vetrine e riviste. Intendo la moda nel suo concetto originale, che è la scelta di cosa mettersi addosso, di come mostrarsi agli altri e di come comunicare un’immagine personale. La moda che nasce nel momento che mettiamo una camicia rossa piuttosto che un maglione nero.

A Caia, come nella maggioranza delle immense campagne Mozambicane (distritos) oltre a non circolare riviste di moda e a vedersi pochissima televisione (ancora e per fortuna), non esistono assolutamente negozi di vestiti. Arrivano grandi lotti di indumenti usati da varie parti del mondo, che poi vengono ridistribuiti o rivenduti per pochi soldi nei mercatini in strada. Vi si trova un po’ di tutto: magliette calcistiche oltremare, camice sgargianti, pantaloni di ogni dimensione e taglio, ecc…

02La fortuita combinazione di vestiti d’ogni sorta e mancanza assoluta di “esempi” o “diktat” sul come vestirsi, ha perciò dato largo spazio all’uso della pura spontaneità e della genuina creatività nella moda Caiense: insieme a sobrie combinazioni di abiti vi sono ogni tanto individui che con magnifica nonchalance sfoggiano un prêt a porter un tanto curioso, agli occhi di una persona come me, ahimè troppo inquinata dalle regole.

Anche se in alcuni casi mi scappa un sorriso, trovo però, nei casi più estrosi, le rimanenze della splendida libertà: la moda qui è libera, segue gli intuiti e le voglie personali. É un territorio, forse l’ultimo, ancora inesplorato dalla cultura consumista (di cui noi Italiani tra tanti, siamo promotori). É bella perché inventata.

03Vediamo qui nelle foto alcuni esempi originali, raccolti casualmente passeggiando per la cittadina: come il ragazzo che è apparso al cospetto della mia bicicletta, tra case di terra e paglia di una comunità, indossando un autentico capo “Caia’s saturday nights fever”, ossia una sgargiante camicia blu elettrico di satin. Un eleganza particolare, però non tanto casual quanto Thiago che veste una maglietta alla marinara con strisce blu e berretto in stile Popeye .

A volte l’eleganza é importante e sinonimo di rispetto verso chi si incontra o riceve. Cosí, durante l’attesa per la visita del primo ministro, ho incontrato il giovane professor João, che aspettava nella sabbiosa strada, sotto un sole cocente con indosso niente popó di meno che lo smoking. Non importa il fatto che non si trattava di una serata di gala, il professor João ha dimostrato lo stesso un rispetto infinito.

04Ma tra le abitudini più curiose v’è il non far molta distinzione tra capi femminili e maschili: gli uomini usano spesso e volentieri magliette o pantaloni da donna; lo fanno naturalmente, perché li trovano belli, o bello è usare colori più sgargianti, come dargli torto.

Così è comune vedere ragazzi che senza inibizioni artificiali sfoggiano ciabatte dorate o rosa, paillettes e altri ornamenti, com’è il caso dell’amico ballerino che s’è autofabbricato un poncho con un panno a fantasia floreale, oppure il ragazzo che possiede una piccola bancarella al mercato e che probabilmente ha pensato: “perché mettersi una canottiera semplice se ci si può mettere una canottiera con le borchie?”05